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IL CASO/ Suicida dopo 48 anni di carcere senza una risposta al senso della vita

Pubblicazione:lunedì 8 agosto 2011 - Ultimo aggiornamento:martedì 9 agosto 2011, 15.45

Il suicidio in carcere (Fotolia) Il suicidio in carcere (Fotolia)

Bisogna capire se aveva questi problemi anche prima di commettere il reato, e in questo caso sarebbe dovuto essere affidato a strutture di un certo tipo. Se invece è entrato in condizioni normali e ha accusato disturbi all’interno del carcere, significa che lo stato francese ha partecipato a distruggere quest’uomo. In entrambi i casi, resta comunque il fallimento dello Stato di cui parlavo prima.

Cosa può dare a un ergastolano la forza di non togliersi la vita?

È una cosa misteriosa, che ogni uomo ha dentro di sé. Il suicidio ultimamente è per l’uomo inconcepibile, contro natura. Infatti assistiamo spesso a casi di autolesionismo: sono i momenti in cui la persona chiede di avere un po’ di attenzione, di essere aiutata, è un gesto per dire: “Io esisto, ci sono e ho bisogno”. Ho conosciuto centinaia di detenuti con ergastoli o pene elevatissime e quasi tutti hanno pensato almeno una volta di togliersi la vita, ma chiaramente un conto è pensarlo e un conto è farlo davvero. E, a distanza di anni, quando queste persone incontrano una prospettiva, una possibilità di senso per sè, o semplicemente qualcuno che li guarda per quello che sono, sono felicissimi di aver deciso di non averlo fatto.

Cosa si fa per andare avanti?

Ci si attacca a qualsiasi cosa, innanzitutto i rapporti personali, la famiglia, la moglie, i figli, tutto ciò che può rappresentare una speranza. Poi ci può essere il lavoro, i volontari e le persone che si conoscono durante questo percorso. Ma queste sono cose che possono far tirare avanti, ma se non esiste una risposta nel presente non è possibile. Per esempio, in molti entrano in carcere quando i figli sono ancora piccolini ed escono quando ormai sono diventati adulti. Il primo giorno d’asilo, i primi compleanni, il Natale, il primo giorno di scuola, la prima comunione, gli esami, le vacanze, l’adolescenza, i primi innamoramenti, etc: ho visto uomini-detenuti che, avendo trovato una risposta al loro senso di vivere, anche restando dentro un carcere, hanno saputo essere una presenza per i loro figli, quasi più delle persone non detenute.

Può farci un esempio?

Ricordo un ergastolano che aveva due figlie ormai ventenni dopo diciassette anni di carcere. La più piccola si era fidanzata, ma dopo neanche un anno quel giovane ragazzo muore in un incidente stradale. Ricordo il dolore lancinante del padre appresa la notizia  e il senso di impotenza totale, che lo portava a chiedersi perché, ancora una volta  non fosse stato presente in un momento così duro e decisivo per la figlia. Grazie alla amicizia che si era instaurata tra di noi, abbiamo fatto esperienza di un modo di essere presenti ancora più profondo e decisivo della vicinanza fisica. Questo gli ha permesso nel tempo di risentirsi di nuovo veramente padre e di rischiare con coraggio il rapporto con le proprie figlie.

 

 (Claudio Perlini) 



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