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11 SETTEMBRE/ 1. "Tra i rottami di Ground Zero ho visto rinascere un popolo"

Le macerie di Ground zero (Immagine d'archivio) Le macerie di Ground zero (Immagine d'archivio)

Union Square, la piazza dei giovani. La mattina dopo c’erano due New York. Al di sopra della 14ma Strada, la vita scorreva tutto sommato normale. Al di sotto dominavano il silenzio e la desolazione in quartieri che i turisti conoscono bene: Greenwich Village, SoHo, East Village, Chinatown. Più a sud ancora, sembrava la versione americana della Beirut degli anni peggiori, con i militari della Guardia Nazionale a pattugliare le strade a mitra spianato. A segnare la frontiera tra il nord e il sud era Union Square, la piazza dei giovani. I ragazzi della New York University e gli artisti di Chelsea avevano disteso a terra lunghi tazebao sui quali ciascuno poteva sfogare i propri sentimenti, pennarello alla mano. Frasi d’amore mischiate a parole d’angoscia, in un urlo collettivo che diceva “no” al terrore. Su tutto svettavano due piccole torri gemelle di cartone, con volti umani rigati da una lacrima e la scritta: “Perché?”

I volantini e il nuovo inizio. Alla Grand Central, la stazione dei pendolari nel cuore di Manhattan, qualcuno che aveva perso una persona cara al World Trade Center appese un volantino con una foto sorridente, una descrizione e una preghiera: “Se l’avete visto prima del crollo, per favore fatemi sapere qualcosa”. Nel giro di ore, i volantini si moltiplicarono. In pochi giorni avevano invaso Manhattan. Dovunque andavi, dalle pareti, dai lampioni, nelle fermate della metro ti sorridevano volti di “missing”, gli scomparsi. A Ground Central le autorità fecero erigere in fretta intere pareti mobili a disposizione di chi voleva appendere un volantino di ricerche: rimasero là per molti mesi, nessuno aveva il coraggio di farle smontare.

La mattina del 17 settembre, i volantini dei morti erano l’immagine che accompagnava i dipendenti del distretto finanziario che arrivavano dai sobborghi alla Grand Central per prendere la metropolitana per Wall Street: andavano a riaprire la Borsa più grande del mondo, a pochi giorni dal disastro e con il timore di andare incontro a un tracollo anche economico. Feci con loro il viaggio nella Subway, 60 isolati in direzione sud, riemergendo da sottoterra a City Hall venti minuti dopo. E subito capimmo, tutti insieme, che la normalità era ancora molto lontana. Uscivi e ti aspettava un percorso delineato dalle transenne della polizia, dietro le quali vigilavano i militari armati. Non c’era più la polvere dei giorni precedenti, ma l’odore dell’incendio impregnava sempre l’aria. Si camminava in silenzio verso il New York Stock Exchange, tra posti di blocco, perquisizioni e controlli di documenti: era una nuova America alla quale non eravamo ancora preparati. Ogni tanto i broker in giacca e cravatta passavano di fronte a una strada laterale dalla quale si vedeva uno scorcio delle macerie delle Torri. Immancabilmente restavano impietriti, mormoravano un “Oh, my God!” e piangevano.


COMMENTI
10/09/2011 - unico (Antonio Servadio)

Articolo unico nel suo genere. Bello, originale, autentico.