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11 SETTEMBRE/ 1. "Tra i rottami di Ground Zero ho visto rinascere un popolo"

«La mia generazione non ha fatto guerre, ma io sono un “reduce di Ground Zero”». MARCO BARDAZZI, allora corrispondente da New York per l’agenzia Ansa, racconta il suo 11.9

Le macerie di Ground zero (Immagine d'archivio) Le macerie di Ground zero (Immagine d'archivio)

Ti dicono: “Dopo dieci anni, che cosa c’è ancora da ricordare? È già stato detto tutto”. Ti dicono: “Ma con tutti i problemi che ci sono, la crisi economica, la manovra, che senso ha pensare a questo anniversario?”. Ti dicono: “L’America non è più importante come un decennio fa. Osama bin Laden è morto, siamo in piena Primavera araba e il mondo guarda alla Cina”. E in ciascuna delle obiezioni ci sono elementi veri e ragionevoli. La tentazione di crederci è forte.

Poi però pensi alla Storia, e a come sia stata decisiva la categoria della testimonianza per comprendere a fondo i due conflitti mondiali, i campi di concentramento, i gulag. I nostri nonni ripetevano per decenni le loro storie di guerra, facendoti capire che quello era stato il momento chiave della loro esistenza: senza i loro racconti, sarebbero rimaste aride pagine di libri di storia da studiare, senza odori e paure reali. Nella vita finiamo tutti per diventare “reduci” di qualcosa. La mia generazione non ha fatto guerre, ma io sono un “reduce di Ground Zero”. E queste sono alcune scene che ricordo di dieci anni fa, quando facevo il giornalista a New York. Probabilmente le ripeterò per i decenni a venire. Come un nonno.

Polvere, carta, silenzio. Le immagini di quel giorno sono piene di cieli azzurri, cristallini: un magnifico martedì mattina da incubo. Eppure il cielo che io associo all’11 settembre è dominato da uno strano effetto di luce, come quello creato da un’eclisse quasi totale di sole. È quello che trovai a Ground Zero arrivando poco dopo il crollo delle Torri, al termine di una lunga camminata attraverso metà dell’isola di Manhattan.  La nube di polvere che incombeva sul distretto finanziario impediva al sole di penetrare e isolava dal resto di New York - e dal resto del pianeta - quel luogo ferito. Si camminava nella polvere alta fino al ginocchio fin sul ponte di Brooklyn, si respirava polvere. Gli alberi dei giardini della zona era imbiancati come per una spaventosa nevicata fuori stagione.

Insieme alla polvere, dominava la carta. I milioni di fogli che poche ore prima erano raccolti con cura sulle scrivanie e negli schedari di due grattacieli di oltre 100 piani l’uno, adesso erano sparsi nelle strade. Contratti, mail, prospetti finanziari: c’era di tutto. Ricordo di essere rimasto a lungo, seduto su un gradino polveroso di fronte a City Hall, a osservare l’itinerario di un viaggio in India preparato su Internet e stampato da qualcuno che forse non esisteva più.

Il terzo elemento dominante, con la polvere e la carta, era il silenzio. A sud della 23ma Strada, Manhattan era una città senza auto, senza metropolitana, senza rumori, senza quasi più persone. Chi conosce New York sa quanto sia difficile immaginarla così. Una scena mi colpì camminando verso Ground Zero: fuori da ogni ospedale c’erano medici col camice da sala operatoria e infermieri con le barelle, in silenziosa attesa. Aspettavano le ambulanze con i feriti, pensavano che ce ne sarebbero stati migliaia. Sono rimasti ad aspettare per giorni. Non sono mai arrivate ambulanze. Non c’erano feriti, solo brandelli irriconoscibili di corpi umani.


COMMENTI
10/09/2011 - unico (Antonio Servadio)

Articolo unico nel suo genere. Bello, originale, autentico.