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BONATTI/ Kurt Diemberger: il mio incontro con Walter, nella tempesta

Pubblicazione:giovedì 15 settembre 2011

Walter Bonatti (Immagine d'archivio) Walter Bonatti (Immagine d'archivio)

Sì, dopo giorni che non si sapeva più nulla di noi, si erano buttati nella tempesta. Avevano allestito una serie di corde fisse per agevolare la nostra discesa. Mia moglie Tona aveva preso un fulmine in testa, ma il casco l’aveva salvata e se l’era cavata con una grossa scottatura sulla faccia. Ho poi avuto modo di sdebitarmi con Walter...

In quale occasione?

Lui e Carlo Mauri nel ’58 fecero la prima ascensione del Gasherbrum IV (7980 metri, nel Karakorum, ndr). Nessuno aveva potuto vedere bene quella montagna dal lato dal quale Bonatti e Mauri volevano scalarlo, tutti la conoscevano dal versante che dà sul Ghiacciaio Baltoro. Ma io, dalla cima del Broad Peak raggiunta l’anno prima con Hermann Buhl, feci le foto del Gasherbrum, e le diedi a Walter. Quelle foto valevano una esplorazione, e permisero a Bonatti e Mauri di individuare a colpo sicuro dove scalare.

Quando si sono toccate di nuovo le vostre strade?

Un altro ricordo che mi lega a Bonatti è quello di Hermann Buhl. Eravamo diretti verso il Chogolisa, nel 1957. Hermann aveva lasciato i suoi diari nella piccola tenda dell’ultimo campo, a 6.700 metri. Buhl precipitò, a causa della nebbia, durante la discesa... ripercorsi le sue tracce, ma non raggiunsi più la tenda. Nel ’58 però i giapponesi riuscirono a ritrovarla, e diedero i diari a Walter. Buhl scriveva in presa diretta, con una calligrafia difficilissima da decifrare. Bonatti li diede alla vedova, e lei a me. Un documento straordinario era stato ritrovato.

«Le grande montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi». Sono parole di Bonatti. Che ne pensa?

Sì, è così! Senza gli uomini le montagne hanno un loro significato per il fatto di esistere, ma la loro più autentica esistenza è quella che sta in noi, nel nostro cuore, nell’animo di chi le scala. Com’è triste, oggigiorno, vedere che le cime, soprattutto le grandi montagne, sono diventate il più delle volte solo un numero. Certamente non era così per Walter.

I tempi cambiano, l’alpinismo di Bonatti non è più quello di oggi.


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