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BONATTI/ Kurt Diemberger: il mio incontro con Walter, nella tempesta

Walter Bonatti (Immagine d'archivio) Walter Bonatti (Immagine d'archivio)

È vero: purtroppo non è più lo stesso. Se uno vuol fare i 14 ottomila, non so se ognuno di essi sia per lui la «grande montagna» o solo, in fondo, il numero di una serie. Oggi si scalano montagne per fare un record. In questo modo, però, il vero obiettivo non è più la montagna, ma il record di chi corre! La stessa cosa vale per il dominio della montagna con mezzi tecnici. Rende tutto più facile, ma abbassa la montagna alla nostra misura. E quella che sembra una vittoria, in realtà è la nostra sconfitta.

Lei, in un suo famoso libro dedicato al K2, accosta a quella montagna la parola «Schicksal», destino: K2 Sogno e destino. In che senso una montagna può essere il destino di un uomo?

Nel caso di Bonatti, Walter era certamente in grado di fare la vetta (nel 1954, Bonatti si sacrificò per consentire a Compagnoni e Lacedelli la prima salita, ndr). Forse avrebbe potuto farla anche senza respiratori. Avrebbe meritato di essere tra i primi, ma tutto, ahimè, è venuto a dipendere dallo spazio di una tenda. In una tenda così piccola, se stai troppo stretto,  il giorno dopo non sei in grado di attaccare la vetta. Questo è stato vero anche per Julie e me (Julie Tullis, forte alpinista britannica, compagna di Diemberger nella spedizione al K2 del 1986, ndr), quando perdemmo un giorno buono sulla Spalla. Quel giorno perduto ci consegnò nelle braccia della tragedia.

Lei in montagna ha perso degli amici: Hermann Buhl, la stessa Julie Tullis. Però non ha mai smesso di andarci. Perché?

Perché sono, appunto, un destino. Sono la mia vita, non potrei vivere senza il pensiero delle montagne. Il K2 per esempio sprigiona una magia, lascia quasi vittime di una ipnosi. È il richiamo della montagna, chi non lo sente non capisce. È un fascino che emana dalla forma. Anche per Walter è certamente stato così. Lo dicono tutti i suoi scritti.

Qual è la sua immagine ideale di Bonatti?

No ho una sua immagine ideale. Vedo il suo viso con gli occhi aperti verso una meta, semplicemente. Lo ricordo molto bene. Un viso - come dire, offen, sì. Aperto, sincero.

(Federico Ferraù)


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