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LEGGE 40/ L’esperto: così la nostra Costituzione ci salva dall’Europa

ALBERTO GAMBINO spiega perché opporsi alla norma che vieta la diagnosi preimpianto ricorrendo alla Corte dei diritti dell’uomo è lesivo del valore della persona e della sua inalienabilità

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«Il ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro la legge 40 è un tentativo di stravolgere la Costituzione italiana, che pone la persona come il bene fondamentale dell’ordinamento giuridico. Ritenere di potersi appellare al diritto alla “vita privata e familiare” per sopprimere degli embrioni, significa voler introdurre un principio che esiste nei Paesi anglosassoni, ma che è del tutto estraneo al diritto italiano». Lo afferma Alberto Gambino, professore di diritto all’Università Europea di Roma, a proposito del caso di una coppia italiana, Rosetta Costa e Walter Pavan, portatrice sana di fibrosi cistica. I due hanno deciso di opporsi al punto della legge 40 in cui si vieta la diagnosi preimpianto, ovvero la pratica collegata alla fecondazione assistita che consiste nell’analizzare l’embrione per capire se è sano o malato prima di impiantarlo nell’utero.

 

Professor Gambino, ritiene fondato il ricorso contro la legge 40?

 

La legge 40 è stata introdotta nel nostro ordinamento per offrire una soluzione ai problemi di sterilità o di infertilità attraverso alcune tecniche di fecondazione assistita che non siano così invasive da menomare l’embrione. La stessa legge pone quindi come principio fondamentale la salvaguardia della salute dell’embrione. Proprio perché l’embrione, essendo creato in vitro al di fuori dell’utero materno, è fragile e facilmente vulnerabile. C’è poi stato un regolamento attuativo, le cosiddette linee guida della legge 40, che con riferimento ai casi di malattie geneticamente trasmissibili come Aids ed epatite B hanno operato una prima interpretazione. Secondo queste linee guida non si sarebbe sterili o infertili solo per motivi biologici, ma anche quando l’eventuale concepimento porti ad avere delle situazioni di malattia dell’embrione. Le linee guida hanno quindi offerto anche a queste coppie la possibilità di ricorrere alla fecondazione artificiale. Ora il passaggio ulteriore, chiesto con il ricorso, è di estendere le linee guida anche alla fibrosi cistica.

 

Ma le coppie affette da Aids possono accedere alla diagnosi preimpianto o ad altre tecniche?

 

Le linee guida hanno consentito ai portatori di virus Hiv di accedere al cosiddetto “lavaggio dei gameti”. Quindi gli stessi gameti, per via artificiale, possono essere avvicinati l’uno all’altro portando alla procreazione. Una volta però che l’embrione si è formato, è seguita alla lettera la legge 40 preservandone l’integrità. La coppia che ha fatto ricorso invece chiede qualcosa di diverso. Siccome la fibrosi cistica si scopre soltanto dopo la fecondazione, e non prima, si vorrebbe verificare attraverso la diagnosi preimpianto quali sono gli embrioni sani e quali invece sono affetti dalle patologie, come la fibrosi cistica, operando quindi una selezione per impiantare i primi e scartare i secondi.

 

E perché questo è vietato dalla legge 40?