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TORINO/ Si suicida ma intorno continuano a bere il caffé. Meluzzi: è la negazione della pietas

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Uno dei locali più prestigiosi e noti del centro di Torino. Alle dieci di domenica mattina, con il bar pieno di clienti, si sente un rumore sordo provenire da uno dei bagni. Alcuni camerieri provano a bussare alla porta, nessuno risponde, è chiusa a chiave dall'interno. Vengono chiamati i vigili del fuoco che una volta abbattuta la porta vi trovano il cadavere di una donna che si è sparata alla testa. Il movimento inevitabile, l'arrivo di forze di polizia, del medico legale poi anche gli addetti che portano via il corpo in una cassa, non ferma l'attività del locale che continua a esercitare. Così come le persone che vi si trovano continuano a consumare la propria colazione. Dirà la proprietaria del bar ristorante Platti del centro del capoluogo piemontese: "Perché dovrei chiudere? E' stato un incidente, come se fosse morta per malore, la zona interessata è stata isolata negli altri settori non ci sono problemi".
Aggiungerà poi che sta aspettando una comitiva di decine di persone che hanno prenotato, provenienti da Milano. La donna che si è uccisa si chiamava Christine, di origine francese, 66 anni. Vedova e madre di una figlia. Si recava tutte le domeniche mattina al Platti a far colazione, era piuttosto conosciuta. Si è sparata con una Smith & Wesson 38 special regolarmente denunciata. Ha lasciato una lunga lettera ai familiari in cui spiega i motivi del suo gesto.
Il dottor Alessandoro Meluzzi a cui IlSussidiario.net commentando l'episodio dice che non è la prima volta che si assiste a episodi analoghi nella nostra società: "Bagnanti morti per malore e lasciati a lungo sulla spiaggia in mezzo a turisti che continuano tranquillamente a prendere il sole o a fare il bagno". Come mai tanta indifferenza? "I motivi sono essenzialmente due" spiega Meluzzi. "La morte nel suo apparire, anche nella sua presenza, evoca il mistero, il sacro, anche il terribile. Oggi è diventato invece un evento qualsiasi, rispetto al quale porsi con atteggiamento distratto, disincantato,  il che incoraggia la reazione psicologica naturale che è la rimozione di esso".
La rimozione della morte: per puro interesse economico come sembra il caso di Torino, o per paura di affrontare qualcosa che ci sfugge e ci mette in crisi? "La contemplazione della morte è angosciosa perché significa guardare al fine e anche alla fine della vita. Il modo dunque diciamo più 'economico' di porsi davanti alla morte è quello di negarla, di rifiutarla e quindi  far finta di non vederla". C'è un secondo motivo legato a questa rimozione: "Il secondo motivo è che di fronte alla dissacrazione della morte, cioè alla negazione del sacro che vi è inevitabilmente connesso, c'è anche il venir meno della pietas, che dovrebbe essere il sentimento collaterale a quello del mistero. Quindi l'attenzione e l'identificazione nell'altro  sono mosse anche dai nostri neuroni a specchio che ci fanno prendere parte al dolore della morte e quindi vedendo la morte dell'altro noi dovremmo pensare anche alla nostra di morte, alla  mortalità dell'intera umanità e anche  al dolore universale. Ma anche ai correttivi di questo dolore e quindi la pietas che è sentimento di soccorso, di vicinanza, di empatia. Tutte cose che mancano nell'episodio di Torino". 



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