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FILIPPO PENATI/ Indagato per corruzione per la compravendita della Serravalle

Pubblicazione:giovedì 8 settembre 2011

Foto Ansa Foto Ansa

L’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, è coinvolto in un nuovo filone d’inchiesta. Dopo l’accusa di concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, è indagato per la vicenda dell’acquisto della Serravalle. Per quanto riguarda la prima inchiesta, i pm di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia avevano ipotizzato un presunto giro di tangenti che avrebbe intascato da alcuni imprenditori per la riqualificazione dell'ex Area Falck di Sesto San Giovanni. A far partire le indagini, la denuncia dell'ex proprietario delle aree Falck e Marelli di Sesto San Giovanni, Giuseppe Pasini, che aveva raccontato di soprusi subiti e mazzette versate per poter far partire due importanti progetti edilizi. In particolare, stando all’accusa, sarebbero state corrisposte ingenti somme di denaro per sbloccare il rilascio di alcune concessioni o per impostare a piacimento il piano di governo del territorio relativo alle due aree interessate. Tuttavia, il 25 agosto,il giudice per le indagini preliminari di Monza ha respinto la richiesta di arresto che la Procura aveva formulato nei confronti del numero uno del Pd lombardo, nel frattempo espulso dal partito. Il gip, pur riconoscendo «gravi indizi di reato», ha ritenuto i reati prescritti e fatto cadere l’accusa di finanziamento illecito. Il partito democratico, il cui segretario, Pierluigi Bersani deve il suo successo, in gran parte, a Penati che lo ha affiancato nella prima fase della segreteria, nel frattempo continua a chiedere la rinuncia alla prescrizione e di sottoporsi a processo per fare chiarezza.  La nuova accusa nei confronti di Penati sarebbe di concorso in corruzione nell’acquisto, da parte della provincia di Mlano, nel 2005, del 15 per cento delle quote dell’autostrada Milano-Serravalle appartenenti al gruppo Gavio. Tali quote furono acquisite ad un prezzo valutato da diversi esperti manifestamente non congruo, ben al di sopra del reale valore di mercato. Venne pagato 8,83 euro ad azione quando, secondo alcune perizie, il prezzo avrebbe dovuto rimanere tra un minimo di 4,91 euro e un massimo di  7.52.

 


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