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NAUFRAGIO GIGLIO/ Schettino e De Falco, una tragedia "napoletana" che riguarda tutti

Pubblicazione:giovedì 19 gennaio 2012 - Ultimo aggiornamento:giovedì 19 gennaio 2012, 14.45

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«Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare, ma io la porto... veramente molto male... le faccio passare l’anima dei guai». La ben nota conversazione fra il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, e il comandante Gregorio Maria De Falco della Capitaneria di Porto di Livorno - che sta facendo il giro di tutti i canali del mondo - tradisce nel suo momento più concitato la napoletanità di entrambi i protagonisti, in positivo e in negativo, dell’immane e imperdonabile tragedia dell’Isola del Giglio.

Ho l’intima speranza che anche nell’estremo giudizio cui saremo sottoposti potremo beneficiare davanti alla Misericordia divina di una sorta di presunzione di innocenza sul modello dei giudizi terreni. Ho la sensazione, però, che per il popolo partenopeo il beneficio potrebbe essere più a rischio dovendosi dimostrare, con un’inversione dell’onere della prova, perché di fronte a tanta bellezza di arte, natura, clima e cultura che bacia la città i risultati siano così scadenti.

Ora, abbandonando lo scherzo per passare alla tremenda serietà di questa vicenda, a costo di passare per razzisti anti-napoletani qualcosa di scomodo vogliamo dirlo. E cioè che per questa città, finché non si inizierà a prendere sul serio le regole come portato del bene comune, finché ci sarà sempre una scusa buona per buttarla “in caciara” - come dicono a Roma - finché si userà la sceneggiata, la tarantella e “o sole mio” per non fare i conti con le responsabilità, andrà sempre peggio.

Che c’entra Napoli, direte voi? O forse avrete già intuito la pericolosa insinuazione del ragionamento. Sì, è vero, è presto per emettere giudizi definitivi, ma non ci stupirebbe se alla fine tutta la vicenda della Costa Concordia dovesse risultare il tragico prodotto di una spacconata, la tarantella che prende il sopravvento sulle regole anche nella plancia di comando, un tragico incrocio - insomma - fra le rigide regole della navigazione e quelle più leggere dell’avanspettacolo di improvvisazione. Magari sull’effetto di qualche alcolico di troppo, di qualche capo-cuoco a bordo residente nell’isola da omaggiare e persino di qualche presenza avvenente nei paraggi a rendere l’ebrezza ancora più ebrezza. Tutte ipotesi che facciamo per mettere in campo un momentaneo annebbiamento del cervello per non doversi parlare tout court di incompetenza, restando comunque difficile, come che sia, non ricavare l’idea di un’inadeguatezza al ruolo del principale protagonista.

Gli amanti del genere potrebbero subito obiettare che Meta di Sorrento, il paese di residenza di Schettino, è un paradiso di bellezza e civiltà come tutta la costiera sorrentina che non può essere messo in alcun modo sullo stesso piano dei problemi di Napoli e del suo hinterland. Ma anche a non voler utilizzare questo distinguo geografico ecco spuntare nella stessa vicenda la figura del comandante della capitaneria di Livorno, De Falco, napoletano anche lui, a darci torto nel nostro tentativo - se mai vi fosse - di teorizzare un generale problema antropologico irrisolto dalle parti del Vesuvio.


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