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BAMBINO CONTESO/ Il "reset" degli affetti, la perversione di chi teme un giudizio

Prosegue la vicenda del bambino protagonista del video shock dove il padre e gli agenti di polizia lo sottraevano per ordine del tribunale alla madre. LUIGI BALLERINI, psicoanalista

Un bambino al computer (Foto: Infophoto) Un bambino al computer (Foto: Infophoto)

Ho alcuni dispiaceri sulla vicenda di Leonardo. Il primo è che in essa non vi sia niente di osceno. I tragici greci sapevano cosa mostrare: Edipo si cava gli occhi, Giocasta si impicca, Fedra uccide i suoi figli, ma tutti “ob scaenam”, fuori scena. Noi spettatori, semmai, assistiamo alle conseguenze. Leonardo invece è stato buttato direttamente in scena, con un video che ha turbato moltissimi. Le immagini già crude in sé, hanno avuto la loro forza amplificata dalla donna – vera e propria regista - che ne ha condotto una cronaca di pari violenza. Con Leonardo abbiamo avuto tutti il contraccolpo della visione di uno o più adulti che trattano coercitivamente un bambino.
E’ però opportuna una parola sul presunto trauma che ne sarebbe derivato. Si legge ovunque sulla stampa, così come lo si sente commentare nei bar: ma come farà Leonardo a superare, o peggio a dimenticare, tutto questo? Ancora una volta il “tutto questo” è limitato a ciò che ci ha impressionato perché portato in scena.
Il trauma che può aver subito questo bambino, invece, e l’unico che poi conti veramente, è precedente, data probabilmente molti anni: si tratta della sconfessione del suo pensiero circa la convenienza del rapporto con l’altro, convenienza che sicuramente era già stata sperimentata. Il rapporto, inoltre, è stato colpito per lui proprio nella sua declinazione uomo-donna, ossia nel punto in cui la diversità biologica supporta il pensiero nel riconoscere conveniente l’altro da sé.
Dentro questo scenario la vera cartina di tornasole è stato il ricorrere alla polizia, prima e più ancora che la modalità del suo intervento. A rigor di logica sarebbe stato forse più opportuno chiamare l’esercito, perché di guerra aperta si tratta, con il figlio trasformato in campo di battaglia e rappresentato come lacerato, conteso fra le due parti. Chiamare le forze dell’ordine significa che nessuno è stato in grado di trovare e praticare una soluzione alternativa, pacifica. Ma di guerra si tratta, infatti. E nelle guerre si usa ogni mezzo per vincere.
Il secondo dispiacere nasce leggendo, con un certo sconcerto, un virgolettato dei giudici che, riferendosi al bambino, pare abbiano scritto in un documento «Bisogna aiutarlo a crescere, imparare a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi».
Ecco, ci mancava il reset. Se guardiamo il dizionario Treccani troviamo la sua definizione: “riportare allo stato iniziale, operazione che interrompendo le funzioni e i programmi attivi in quel momento riporta un sistema nella fase di funzionamento iniziale”.


COMMENTI
15/10/2012 - Rimettiamoli a Fuoco (Antonio Servadio)

Come da consueto copione, l'opinione pubblica si è subito concentrata sull'intervento della polizia, tanto che i vertici hanno immediatamente avviato indagini interne. Qualcuno ha forse messo in discussione le decisioni dei giudici, di cui la polizia è solo il braccio operativo? Quanto al trauma che il ragazzino avrebbe eventualmente subito, non penso proprio che esso stia nell'atto del trascinamento, quanto nello spettacolo che vi è stato costruito attorno, nel circo mediatico e familiare che i genitori hanno permesso e sollecitato. Se c'è da interrogarsi su questa vicenda, c'è da interrogarsi in primo luogo sui genitori; in secondo luogo sul ruolo e sull'operato dei tribunali. La polizia lasciamola stare, per favore.