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DDL ANTICORRUZIONE/ Ecco la riforma per uscire dalla guerra tra politici e pm

Il ministro della Giustizia Paola Severino (InfoPhoto) Il ministro della Giustizia Paola Severino (InfoPhoto)

Mentre, in nome del compito improprio di cui si è sentita investita, anche in forza del consenso popolare che l’ha sostenuta, una parte della magistratura (esaltata da un’altrettanto sviata opera di sovraesposizione mediatica, da parte di giornalisti e di chi governa la stampa, con gravi responsabilità), ha giustificato e legittimato l’utilizzo ideologico del proprio potere, che si è concretizzato nelle citate forzature normative. È bene che ciò sia chiaro ai cittadini e susciti una riflessione autocritica della magistratura stessa, affinchè si riappropri del suo ruolo previsto dall’ordinamento, a garanzia della corretta amministrazione della giustizia: in tal modo potrà recuperare credito e autorevolezza nei confronti della collettività.

Le principali responsabilità del disastro denunciato dal ministro e sotto gli occhi di tutti sono in capo alla politica e al legislatore.

I partiti non sono stati capaci in tutti questi anni di riformarsi, di riaffermare come faro della propria azione il servizio al bene comune e di darsi, di conseguenza, regole etiche ferree in grado di selezionare ed educare i propri membri al nobile scopo cui sono chiamati come rappresentanti del popolo: ha prevalso il mantenimento dello status quo, del potere individuale e clientelare, con tutte le conseguenze di cui stiamo discutendo. Dal canto suo il legislatore, diretta emanazione del potere politico, non ha attuato alcuna riforma tendente a combattere il fenomeno corruttivo con più efficacia deterrente.

Per questo è un segnale importante e necessario quello dato dall’attuale Governo di procedere con determinazione verso l’approvazione del ddl cosiddetto anticorruzione.

Come tutte le norme caratterizzate dall’urgenza di essere emanate (viviamo una crisi storica e abbiamo un problema di credibilità e di immagine internazionale), il ddl presenta molti punti discutibili. Ho già accennato in un articolo precedente, ad esempio, come il reato di “traffico d’influenze” (nuova fattispecie introdotta) debba essere ben delineata e delimitata per evitare abusi di contestazione cui in passato abbiamo assistito per altre norme troppo generiche (si pensi all’abuso d’ufficio, prima della sua riformulazione); viceversa, stupisce che non si sia approfittato di questo decreto per riformare il reato di falso in bilancio, del tutto svuotato dalla riforma del 2002: questa fattispecie, oltre ad avere un notevole impatto sull’economia del Paese è spesso strumento mediato di corruzione, per generare “provviste” di denaro. 

Al di là dei due esempi proposti ed altri che meriterebbero un approfondimento, appare quantomai necessario che tale provvedimento veda la luce: è l’inizio di un’azione riformatrice che detta un’inversione di rotta rispetto all’immobilismo riformatore che ha caratterizzato la giustizia penale in questi vent’anni, se si eccettuano alcune riforme che rispondevano perlopiù ad interessi di parte.

Un’osservazione conclusiva con riguardo alla proposta del ministro di una legge delega al Governo per sancire l’incandidabilità di soggetti condannati con sentenza definitiva.

Premesso che molti reati di una certa gravità o puniti in concreto oltre una certa soglia prevedono già, come pena accessoria alla condanna, l’interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici, la proposta del ministro, par di capire, sancirebbe la non candidabilità del soggetto che abbia riportato una qualsiasi condanna penale divenuta definitiva.