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Cronaca

SINODO/ Il testo dell'intervento di don Julián Carrón: un avvenimento in grado di ridestare la fede

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Per suscitare questo interesse abbiamo un alleato dentro l’uomo di qualsiasi cultura e condizione. Noi sappiamo che il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito. E questo desiderio, anche se sepolto sotto mille distrazioni ed errori, è incancellabile. Rimane in lui l’attesa di un compimento. Perché nessun «falso infinito» - per usare un’espressione di Benedetto XVI -, con cui tante volte identifica il suo compimento, riesce a soddisfarlo. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Cosa potrà dare l’uomo in cambio di sé?» (Mt 16,26).

A questa attesa, però, non può semplicemente rispondere una dottrina, un insieme di regole, una organizzazione, ma piuttosto l’avvenimento di una umanità diversa. Come disse don Giussani durante il Sinodo sui laici del 1987, «ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”». Allora come oggi, solo una creatura nuova, un testimone di una vita cambiata può suscitare di nuovo la curiosità per il cristianesimo: vedere realizzata quella pienezza che uno desidera raggiungere, ma non sa come. Uomini nuovi che creano luoghi dove ciascuno possa essere invitato a fare la verifica che fecero i primi due sulla riva del Giordano: «Vieni e vedi», perché «una fede che non possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarà una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, dice l’opposto» (L. Giussani, Il rischio educativo).

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