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CASSAZIONE/ Cacciare il coniuge di casa è reato

La Corte di Cassazione ha stabilito che salvo non vi siano interventi giudiziari che prevedono il contrario, il coniuge ha il diritto a tornare quando vuole nella propria casa coniugale

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Cacciare di casa il proprio coniuge è reato. Non sembra questa così stravolgente novità. Eppure, è stato necessario l’intervento della magistratura per stabilirlo. La Corte di Cassazione, confermando una sentenza d’Appello del Tribunale di Palermo relativo a un caso di separazione, ha stabilito che, salvo non vi siano interventi giudiziari che prevedono il contrario, il coniuge ha il diritto a tornare quando vuole nella propria casa coniugale. Anche se ne è stato assente per diverso tempo. Nel caso in questione, lei, dopo infinite liti, ritenendo che la misura fosse ormai colma, era tornata a vivere per un certo periodo dai propri genitori. Una decisione temporanea, in attesa della separazione ufficiale. Quando, tuttavia, aveva fatto ritorno a casa, il marito aveva deciso di cacciarla. La Corte d’Appello di Palermo, quindi,  confermando la sentenza del Tribunale di Agrigento, condannò il marito «per il reato di violenza privata commesso l’8 dicembre 2006 in danno della moglie». Come se non bastasse, in riferimento ad altri episodi, gli aveva addebitato anche i reati di «ingiuria, lesioni personali e danneggiamento, commessi il 5 febbraio 2007». Lui aveva fatto ricorso in Cassazione per quanto riguarda la violenza privata. Aveva fatto presente che, essendo la parte offesa andata a vivere da mamma e papà, era lui a disporre della casa familiare. La linea difensiva del marito consisteva in sostanza nell’affermare che la donna non era stata cacciata, ma se ne era andata lei. Tuttavia, con la sentenza n.40383 depositata ieri, il suo ricorso è stato rigettato e si è sancito che «la donna, anche se temporaneamente trasferitasi presso i genitori, aveva il diritto di tornare, né il marito poteva escluderla dalla casa coniugale». Oltretutto, secondo i giudici supremi, benché la donna, temporaneamente, avesse deciso di risiedere altrove, non vi era alcun provvedimento di natura giudiziari che, in quel periodo, assegnasse la dimora ad alcuno dei due. Per quanto riguarda il resto, invece, l’uomo è stato condannato per aver danneggiato dei beni di proprietà di entrambi, per aver picchiato e ingiuriato la moglie.