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Cronaca

SUICIDIO/ Io, dilettante come Andrea Ranieri, ho capito che la vita non è un "pareggio"

TOMMASO ZANARDI è un giovane che come tanti gioca a calcio a livello dilettantistico. Di fronte al suicidio di un calciatore come lui si interroga sulla grande partita che è la vita

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Caro direttore, Le scrivo per raccontarLe un fatto accaduto pochi giorni fa. Quella che segue è una lettera aperta a tutti coloro (molti) che sono rimasti almeno per un attimo colpiti dal suicidio di questo ragazzo, di cui racconto a breve; spero che attraverso di voi questa lettera possa essere condivisa con queste e altre persone.

Ad ogni modo, vi ringrazio per l'attenzione che vorete riservarle.

Sono un giocatore della BaSe 96 Seveso, squadra di calcio militante nel girone B di Eccellenza Lombarda. Lo scorso martedì sera durante l'allenamento si avvicina a me e agli altri portieri il direttore sportivo e ci annuncia il suicidio, appena accaduto, di Andrea Raneri, giocatore noto nel mondo calcistico dilettantistico lombardo nonché mio ex compagno di squadra per qualche mese proprio nella BaSe 96 Seveso ed al Renate.

Quando è stato mio compagno, io ero semplicemente un ragazzino in mezzo a molti "grandi", ma lo ricordo là nell'angolo dello spogliatoio, silenzioso (non che io fossi molto diverso in quel periodo!). Appresa la notizia ci sono rimasto male, come tutti, perché effettivamente è un fatto grave, doloroso. 

Ma come non far cadere questo gesto atroce nel buio del dimenticatoio? E' un brutto fatto che colpisce; colpisce soprattutto perché è un uomo che uccide se stesso, non è colpa del destino, del fato a cui spesso associamo la colpa. Ma ancora: dopo 1-2 giorni che cosa dice una cosa del genere, così pesante, a me? Perché Andy non sia morto solo per se stesso, per non rinchiudere in questa circostanza un ragazzo pieno di problemi, qualsiasi essi siano, è necessario che noi cogliamo l'occasione per scoprirci vivi.

Da sportivo mi pare importante farci colpire, interpellare, insomma giocarci questa partita, che riguarda il senso delle cose, di Chi ci dà le cose e ci dà la vita; sarebbe proprio un accontentarsi far finire la partita con un pareggio senza reti. Mi ha molto interrogato questo fatto in modo quasi banale: io perché non voglio morire? Perché il calcio è un dono grande, la mia famiglia, la mia morosa, i miei mister, i miei compagni sono stati e sono un dono grande; le mie capacità, anche se dilettantistiche, sono un dono grande, che non voglio sprecare; non voglio buttarmi via perché a partire dalla mia passione sportiva, riconosco Uno che ha dei progetti buoni per me e che mi permette di rinascere, di non buttarmi via.