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17ENNE UCCISA A PALERMO/ Un ex ragazzo e un coltello: la linea rossa del possesso

Pubblicazione:sabato 20 ottobre 2012

La ragazza assassinata a Palermo (Foto InfoPhoto) La ragazza assassinata a Palermo (Foto InfoPhoto)

Amo le parole; sono così inconsistenti, sono volatili e umbratili. Sono meno di una pennellata, solo un segno grafico o, come queste, un pugno di pixel. Ma hanno bisogno di labbra per essere pronunciate e di cervelli per essere comprese; sono capite anche dai sordi, sono i mattoni dei poeti. Con cui si costruiscono intere cattedrali.

Credo che le parole abbiano una forma propria, modellata dalla lingua dei padri, dagli eventi, e il loro stesso suono (che ha una dimensione, addirittura un'emozione)  è come l'olio essenziale del significato, soprattutto quando sono molto antiche.

Certe quando le sento mi provocano un'ondata di nausea: “femminicidio ”è una di queste. Se dico “omicidio” sento il latino della coltellata e vedo l'essere umano che cade: è totalmente diverso invece il “femminicidio”, ancora più orribile, se possibile. È rivoltante. Nei due sensi, attenzione: mi si rivolta lo stomaco e anche il cuore, mi devo ribellare a quest'idea che si debba separare il concetto di morte violenta per mano di un essere umano nei confronti di un altro essere umano che è (diversamente?) una “femmina”.

Beh, io mi offenderei un poco se mi chiamassero femmina, io sono una donna, una madre, mia figlia è la mia bambina, le sue amiche delle ragazzine, ho due sorelle... sono così belle queste parole femminili. Sono tenere e profumate, soprattutto quelle che riguardano le fidanzate, le donne amate: avete presente le parole dei dialetti? Da noi c'è la morosa, la tosa, la pùtela. La me dòna. La me pòpa.

E sono queste che vengono uccise. Sono le nostre amate, non le nostre femmine. Vengono continuamente uccise, sistematicamente, se guardiamo la cronaca nera solo in Italia è notizia ricorrente, quasi quotidiana. Impressionante.

Ma noi italiani amiamo le nostre donne? Ma voi ci amate davvero? È di ieri il fattaccio, l'ennesimo, a Palermo; un ragazzo di soli 23 anni ha atteso la sua ex-ragazza sotto l'androne di casa sua, al ritorno da scuola, nel mezzogiorno mite siciliano. Sono arrivate insieme, le due sorelle, Lucia e Carmela e la seconda, per difendere la più grande dalla violenza del giovane uomo, si è messa in mezzo, si è presa il fendente mortale. Quello che si dice dare la vita per i fratelli...

Ero appena ventenne quando successe un fatto analogo nella mia piccola città: un androne, una ragazza che torna da scuola (una mia compagna di scuola) il cui nome non dimenticherò mai, e un coltello in mano a un ragazzo (conoscevo anche lui). Per noi, alunni tutti dello stesso istituto, quel budello di strada ha cambiato nome.

Sono passati vent'anni e quel ragazzo è tornato libero; i giornali ne hanno dato notizia sommessamente, come quelle poche parole che aveva pronunciato dopo il fatto, perfettamente allucinato, sconfitto, mentre guardava a sé come un estraneo. Me lo ricordo bene: quante volte ne abbiamo parlato, con i professori, con i genitori, tra di noi. Maschi e femmine, naturalmente, perche tutti noi eravamo ugualmente storditi.


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