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ABORTO/ D'Agostino: vi spiego l'ultimo "golpe" dell'Onu contro la ragione

Manifestazione pro-aborto a Milano (InfoPhoto) Manifestazione pro-aborto a Milano (InfoPhoto)

Un simile processo dovrebbe, alla fine, portare al pieno riconoscimento che è diritto esclusivo delle donne decidere se fare figli o no, decidere quando farli; decidere quanti farne e, infine, decidere sempre e comunque unilateralmente se accettare o non accettare la gravidanza,  anche se liberamente voluta e priva di ogni rischio patologico. Se questo è l’obiettivo finale, l’attuale insistenza sulla riproduzione come diritto individuale femminile (lasciando cadere ogni riferimento alla realtà di coppia, per non parlare della realtà coniugale) può avere la massima efficacia se il discorso viene ricondotto al paradigma della cosiddetta salute riproduttiva. Non c’è dubbio, infatti, che il tema della salute sia ormai divenuto l’unico autentico universale del nostro tempo.

3. La rimozione di ogni riferimento esplicito all’aborto non è comunque cosa esclusiva del nostro presente. Chi studi l’aborto in prospettiva antropologica acquista ben presto la consapevolezza del rilievo di alcuni, pochi, punti fondamentali:

A. l’aborto è una pratica universalmente conosciuta in tutte le culture; b. l’aborto è sempre stato ampiamente tollerato, ma nello stesso tempo è sempre stato oggetto di rimozione, di deplorazione o di riprovazione sociale;  c. non è mai esistita, in nessuna cultura, e nemmeno nella nostra che pur lo ha generalmente legalizzato, un’adeguata elaborazione simbolica dell’aborto; d.  non è possibile ricondurre l’aborto – come esperienza universale, ma priva di espressione simbolica − a dinamiche di repressione sociale o sessuale: esso infatti, incidendo sulla generazione, incide sul presupposto stesso di ogni vincolo sociale e di ogni regolamentazione sociale della sessualità. Questo ultimo punto è quello fondamentale: da esso emerge con chiarezza come la contraddizione tra la funzione generativa del sesso femminile e l’interruzione volontaria della gravidanza sia sempre stata evidentemente ritenuta non sanabile (da parte e) nell’inconscio collettivo.

4. Avanzo un’ipotesi. Non si parla esplicitamente di aborto, nel testo dell’Onu, perché è difficilissimo rimuovere il disagio, o per meglio dire, il turbamento che questo tema continua ad attivare nelle coscienze, anche in quelle che ritengono di essere riuscite a superare ideologicamente ogni remora al riguardo. È un fatto che la contraddizione tra la funzione generativa del sesso femminile e l’interruzione volontaria della gravidanza non è di principio sanabile: lo dimostrano le innumerevoli elaborazioni ideologiche dell’aborto stesso, che hanno rispettato le dinamiche proprie di tutte le ideologie, in quanto forme di pensiero finalizzate a nascondere le contraddizioni. L’aborto legalizzato è stato giustificato in chiave medica (come aborto terapeutico), in chiave sociologica (come unica modalità per contrastarne l’intollerabile e altrimenti insuperabile clandestinità), in chiave ontologica (negando carattere propriamente personale e addirittura umano alla vita prenatale), in chiave economica (a seguito di situazioni di invincibile indigenza familiare), in chiave giuridica (qualificando la scelta abortiva come scelta di privacy socialmente insindacabile), in chiave contraccettiva (come tollerabile variante di altre più complesse o più costose forme di contraccezione), in chiave politica (come diritto umano fondamentale delle donne e simbolo della loro sofferta liberazione nei confronti del potere maschile) e last but not least in chiave demografica. Non sarebbe compiuta questa rassegna, però, se si tacesse di alcune opinioni sorte nell’ambito del pensiero femminile più radicale, quello che rifiuta di fornire alcuna giustificazione dell’aborto, perché lo qualifica nel contesto dell’esperienza femminile alla stregua di un momento di libertà e di pienezza, una forma di compiuta auto-affermazione della donna, per la quale non sarebbe inadeguata l’espressione, molto amata da un vituperato filosofo tedesco, di affermazione di sé, di Selbstbehauptung.