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ABORTO/ D'Agostino: vi spiego l'ultimo "golpe" dell'Onu contro la ragione

Manifestazione pro-aborto a Milano (InfoPhoto) Manifestazione pro-aborto a Milano (InfoPhoto)

5. Il fatto che nemmeno un simile lavoro ideologico, che ha ormai alcuni decenni alle spalle, sia  riuscito a far uscire l’aborto dalla zona d’ombra che lo caratterizza e a fargli acquisire visibilità simbolica – sono un segno evidente del fatto che la questione aborto non ha trovato nella legalizzazione la sua risoluzione: contrariamente a quanto imprudentemente affermato da molti, la legalizzazione dell’aborto non è riuscita ad imporsi nella coscienza collettiva come una decisione altamente morale − come imprudentemente affermava Italo Calvino negli anni Settanta, ma continua ad apparire alla stregua di una ferita destinata a restare piaga aperta. Merita di riportare le parole dello scrittore: “Solo chi - uomo e donna - è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza” (da una lettera che Calvino scrisse a Claudio Magris tra il 3 e l’8 febbraio 1975, pubblicata postuma su “Liberazione” del 21 febbraio 2008). 

Il vero effetto antropologico della legalizzazione dell’aborto è stato quello di imporre al sesso femminile la riformulazione del senso che possiede la sua specifica generatività biologica. L’uomo (non diversamente dalla donna) può scegliere la sterilità volontaria, ma non può stroncare la vita prenatale, se non attraverso un atto di violenza su di un altro corpo (sul corpo femminile). La donna, con l’aborto volontario, può stroncare la vita prenatale operando sul suo stesso corpo. Legalizzando la maternità come scelta insindacabile (dato che la gravidanza può essere, per volontà della donna, liberamente interrotta) la postmodernità induce la donna a pensare la generatività non più come possibilità, bensì come potere. Quest’assunzione, che potrebbe in astratto essere pensata come una conquista del sesso femminile, possiede invece ambiguità e ambivalenze profonde, che conduce direttamente alla perdita simbolica del ruolo generativo della donna stessa. 

6. In modo estremamente sintetico: dichiarazioni come quella di Ginevra, che pur muovono dalle buone intenzioni di salvaguardare la salute delle donne, producono alla fin fine come effetto l’erosione interna della stessa identità femminile. Assumere questa consapevolezza è forse il compito meno avvertito, ma indubbiamente più urgente, del nostro tempo.

 

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