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Cronaca

ABORTO/ D'Agostino: vi spiego l'ultimo "golpe" dell'Onu contro la ragione

Una recente risoluzione dell’Onu, Mortalità e morbilità materna prevenibile e i diritti umani, vuol far passare l’aborto per diritto umano fondamentale. FRANCESCO D’AGOSTINO

Manifestazione pro-aborto a Milano (InfoPhoto)Manifestazione pro-aborto a Milano (InfoPhoto)

Ha avuto perfettamente ragione Mons. Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, a criticare con forza la risoluzione recentemente varata a Ginevra dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani sulla Mortalità e morbilità materna prevenibile e i diritti umani. È un testo, ha spiegato Mons. Tomasi, pieno di ambiguità, che ricollega la mortalità materna alla negazione dei suoi diritti riproduttivi, ignorando quelle che sono le reali cause del tristissimo fenomeno e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo individuato in una serie di fattori strettamente medici (infezioni, emorragie, dinemiche di alta pressione durante la gravidanza) e più generalmente sanitari (carenza o fragilità delle strutture sanitarie, ambiente medico insano, scarsa professionalità medica e paramedica, ecc.). Mettendo al centro del discorso la discriminazione contro le donne e la negazione dei suoi diritti riproduttivi il Consiglio dell’Onu ha indubbiamente portato un ulteriore contributo a quel processo di piena legittimazione mondiale dell’aborto, che ha preso le mosse dagli anni Settanta del secolo scorso e che non ha mai conosciuto da allora battute d’arresto.

1. Denunciare l’unilateralità, le ambiguità e – perché non dirlo ad alta voce? - le ipocrisie di un testo che si avvantaggia dell’alto prestigio dell’Onu è tanto doveroso, quanto arduo: lo dimostrano la scarsa risonanza che esso ha trovato nella nostra stampa (con la felice eccezione di Avvenire) e i maldestri tentativi della Rappresentanza italiana presso il Consiglio ginevrino, che ha insistentemente richiamato l’attenzione sul fatto che nella risoluzione la parola “aborto” non compare mai. Il che è verissimo, ma appartiene a quella particolare categoria di verità, che assume un dato estrinsecamente linguistico come rappresentativo di una realtà empirica e sociale: anche nella legge italiana sull’aborto, la 194 del 1978 la parola “aborto” non compare mai, ma solo la locuzione Interruzione volontaria della gravidanza; né la parola “divorzio” trapela mai nella nostra legislazione, che preferisce parlare di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio. Le parole non esistono per salvarci l’anima; siamo piuttosto noi che dobbiamo salvare il linguaggio che utilizziamo, se non per il bene della nostra anima, almeno per quel bene che è (per chi riesce a percepirlo) la nostra onestà intellettuale. 

2. Resta da chiederci perché in documenti internazionali di così indubbia rilevanza si continui a portare avanti una politica filo-abortista, senza volerlo dichiarare esplicitamente. Le ragioni possono essere molte e molto diverse e tra le tante quelle che per lo più vengono ammesse (sia pure a bassa voce) fanno riferimento ad una sorta di pedagogia politica internazionale, che starebbe molto a cuore all’Onu: poiché non tutti gli Stati avrebbero raggiunto quel livello di maturità socio-politica che dovrebbe indurli a riconoscere la definitiva liberazione del genere femminile dalla storica oppressione maschilista, è opportuno che le Nazioni Unite, orientate dagli Stati più illuminati, si muovano con cautela, ma allo stesso tempo con fermezza. Piccoli passi, quindi, ma irreversibili.