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ADOZIONI GAY/ I genitori A e B, il pensiero unico e l'arroganza del potere

Pubblicazione:lunedì 12 novembre 2012

Manifestazione LGBT a San Francisco (InfoPhoto) Manifestazione LGBT a San Francisco (InfoPhoto)

È la premessa per poter legittimare nella scelta del proprio orientamento sessuale anche le scelte che ne conseguono rispetto alla propria vita di coppia, dando vita ad una serie di alternative possibili che hanno fatto parlare di sette possibili varianti nella relazione di coppia: una rivoluzione non condivisa da parte di molti, una evoluzione per altri che sostengono il matrimonio gay e le adozioni da parte degli omosessuali. 

Ma indipendentemente dal fatto che si sia più o meno d’accordo sulla cultura del gender con tutte le sue implicazioni, occorre provare a valutare le conseguenze che nel tempo possono scaturire a livello della società nel suo insieme se si procedesse ad una legittimazione delle coppie gay e delle adozioni degli omosessuali. Non si può perdere di vita il valore strutturale che ha la differenza sessuale e la complementarietà delle figure genitoriali per un sano e completo sviluppo della vita dei figli. Bisogna riflettere bene prima di accantonare secoli di esperienze, con i loro chiaro-scuri, ma anche con la forza ordinatrice che ha avuto nel plasmare il nostro diritto e la nostra tradizione educativa, l’esperienza affettiva in generale. Il diritto di famiglia, il diritto legato al matrimonio, la nostra stessa Costituzione sono frutto di una progressiva elaborazione culturale che è andata chiarendo progressivamente diritti e doveri a partire dalla specificità delle differenze sessuali e dei rispettivi ruoli che ne derivano, a volte in maniera forse troppo rigida, ma in genere come risposta ad una esperienza condivisa e fatta propria dal senso comune. Quando si mette mano ad uno dei fondamenti della nostra società occorre chiedersi cosa accadrà subito dopo. 

Sorprende però come i sostenitori delle nozze gay e delle relative adozioni non accettino mai un dibattito che faccia luce sulle pur possibili conseguenze che tracciano i margini di rischio di una tale scelta. Ma nessuno può o vuole parlarne. C’è come un mantra che ribadisce esclusivamente il cosiddetto principio di uguaglianza, anche se non si possono considerare uguali due relazioni, una fatta da persone di sesso diverso e una fatta da persone dello stesso senso. È il senso comune che sottolinea nella diversità delle condizioni di partenza la naturale diversità degli effetti che ne derivano.  Eppure l’enfasi sulla uguaglianza dei diritti fa passare sistematicamente sotto silenzio alcune delle conseguenze che già ora appaiono in modo vistoso sul piano del linguaggio: ovviamente scompaiono termini come moglie e marito; come madre e padre, sostituiti dall’asciutta terminologia di genitore A e genitore B. Difficile per un bambino in queste condizioni poter utilizzare i termini mamma e papà, potrà rivolgersi ai presunti genitori solo chiamandoli per nome, perdendo la peculiarità di un’esperienza che ognuno di noi si trascina per tutta la vita. La consolante esperienza di chiamare mamma anche quando con il trascorrere degli anni si troverà in condizioni di particolare fragilità e smarrimento.

Ma sorprende anche che non si vogliano prendere in esame le effettive possibilità che questi legami possano interrompersi, che con il tempo subentrino nuove relazioni, rendendo assai più difficile l’affido di questi figli, sia che siano adottati, o che siano stati concepiti da uno dei due membri della coppia gay. Sembra che queste relazioni siano sospese in una sorta di bolla mediatica in cui è possibile far riecheggiare le parole conclusive delle favole di una volta: “E vissero cento anni felici e contenti…”. Ma quelle erano favole, che oggi probabilmente non si raccontano più oppure le si rivisita alla luce dei mutati sistemi di vita. 

 


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