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IL FATTO/ Perché la Guida Michelin vuol rottamare le nostra cucina?

Pubblicazione:giovedì 15 novembre 2012 - Ultimo aggiornamento:giovedì 15 novembre 2012, 9.30

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Ed è così che nel bel mezzo di messaggi, interviste e ultimi dettagli per Golosaria, in programma a Milano da sabato a lunedì sul tema della qualità irrinunciabile, arriva la presentazione della Guida Michelin. E si sbircia sui blog e sui living, leggendo commenti acritici, che magari stamane vedremo sui quotidiani, per sapere chi sale e chi scende. Sale l'Italia, se è vero che i locali stellati sono cresciuti a 307, secondi solo alla Francia (e quando mai arriveremo primi ?), ma scendono alcuni simboli, come quel ristorante di Soriso, a due passi dal lago d'Orta dove Luisa Valazza, da autodidatta, seguendo solo il ricettario di Anna Gosetti della Salda e applicando il suo talento, ha creato una cucina che per 15 anni è stata agli onori delle 3 stelle. Gliene hanno tolta una, anche se non ha cambiato di una virgola la sua cucina e non si capisce perché. Siamo nell'era della rottamazione? Che brutta parola, irrispettosa di quello che sono questi angeli della cucina (Angelo è il nome di suo marito, perfetto padrone di casa, che ha curato forse più i suoi clienti delle pubbliche relazioni). In ogni caso la Guida Michelin fa arrabbiare, perché più che promuovere sembra frenare un'affermazione che è scritta nella storia: la cucina italiana, mito nel mondo. Certo anche io, con Marco Gatti, sono parte in causa: lunedì uscirà la nostra 21esima edizione della GuidaCritica&Golosa, dopo la presentazione di ieri del Golosario. Ed io so già che quando salirò sul palco, davanti alla platea di cuochi, chiederò a Marco: “E' arrivato il Monsignore ?”. Lo scorso anno non c'era ed io l'ho chiamato: “Gianni Borrelli è in sala ?”. Poi sono stato nel suo locale, all'Altra Isola, a mangiare la cassoeula (e so già cosa pensa della cassoeula bianca che stanno proponendo in 40 locali) mentre Stefano Storti mi scriveva un racconto dicendo che il Monsignore (il nome glielo diede Gian Berrà) era come un germano di quelli che abitano le sponde dei fiumi. Una cosa rara, una stretta di mano, come un amico. Marco invece, anche senza dirmelo, so che andrà subito nell'area dei vini, sabato, per salutare il cavalier Maga Lino. E poi tutti gli altri. Ma Maga Lino è unico, come unico è il suo Barbacarlo.


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