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VERONESI & CARCERI/ Una riforma perfetta per uomini "a metà"

Pubblicazione:sabato 17 novembre 2012

Umberto Veronesi (InfoPhoto) Umberto Veronesi (InfoPhoto)

Sono consapevoli del loro male e della pena loro inflitta, ma qualcuno di loro sa anche che è quello il punto per rialzare lo sguardo e desiderare qualcosa di meglio per sé.

Quando un uomo commette un crimine (e qui sto parlando di reati il cui disvalore è pacifico e spesso molto grave perché minano le condizioni stesse della vita sociale)  è perché non ha rispettato il suo rapporto corretto con la realtà. E di ciò è anzitutto consapevole lui stesso. La funzione rieducativa della pena riaffermata dalla Costituzione, lungi dal muoversi in un’ottica esclusiva di pacificazione sociale – destinata, come tale,  a “scadere” a mere apparenze − propone e richiede un lavoro per recuperare innanzitutto il rispetto per se stessi. È un lavoro articolabile in due momenti: riconoscere che si è sbagliato e, conseguentemente, disporsi ad una espiazione che non sia vissuta come un’ingiustizia, ma come tempo nel quale recuperare quanto con il crimine si era rotto o incrinato, accettando qualsiasi circostanza valevole a rendere più stabile il proprio percorso rieducativo.

La distinzione tra il bene ed il male e la possibilità di scegliere l’uno o l’altro è nel cuore di ogni uomo. L’articolo 27 della Costituzione, anche nelle sue forme più contenitive, propone un percorso vero per tutti coloro che hanno deciso di essere uomini sino in fondo.



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