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Cronaca

VERONESI & CARCERI/ Una riforma perfetta per uomini "a metà"

Ieri su La Stampa Umberto Veronesi ha rilanciato l’abolizione dell’ergastolo come contrario all’art. 27 della Costituzione e come pena “antiscientifica”. MONICA CALI

Umberto Veronesi (InfoPhoto)Umberto Veronesi (InfoPhoto)

Caro direttore,
mi ha molto colpito l’articolo di Umberto Veronesi su La Stampa di ieri, dal titolo “Perché sostengo che l’ergastolo va abolito”, suscitando in me alcune perplessità.

Lavoro col “fine pena mai” dal 1996, come giudice di Sorveglianza con giurisdizione in particolar modo sul detenuto sottoposto al regime di cui all’art. 41 bis O.P. e non posso condividere il giudizio complessivo di sfiducia sulla pena dell’ergastolo, come strumento che fallisce sostanzialmente gli obiettivi primari della rieducazione e del reinserimento previsti dalla Costituzione e che, “darwinianamente”, si porrebbe in contrasto con una sorta di evoluzione naturale in positivo della specie umana, destinata, in futuro a non sbagliare più.

Tale posizione è dettata, ritengo, da una scarsa conoscenza dell’esatta valenza dell’articolo 27 della Costituzione. L’espressione “la pena tende alla rieducazione...”,  implica il riconoscimento del condannato come “uomo” che - anche in condizione di segregazione – può giocarsi nella libera scelta di continuare a delinquere o cambiare rotta, desiderando “davvero” un mutamento per sé e affidandosi al percorso rieducativo proposto in carcere. E che tutto si decida a questo livello trova riprova nel fatto che anche coloro che per complessi meccanismi processuali espiano una condanna in forma alternativa - senza avere mai  fatto un giorno di carcere e godendo di ampia autonomia -  non sono esenti da recidiva; possono cioè ricadere nella commissione di reati, proprio per non avere maturato una genuina volontà di cambiamento.

Né possiamo affidare questo desiderio di cambiamento a una ottimistica evoluzione della specie umana, destinata a non commettere più errori e pertanto a vanificare qualsiasi forma diretta a correggere le conseguenze del suo agito.

Non ritengo poi accettabile un giudizio di sfiducia sulla stessa funzione dell’ergastolo, suggerito dalla evoluzione naturale della specie, in quanto si tratta di un giudizio basato su una dinamica che mira a non riconoscere l’uomo “uomo”: oggi visto come solo capace di male, un domani (grazie al miglioramento della specie) solo capace di bene indipendentemente da una sua libera scelta.

Ma l’uomo è tale perché può scegliere o il bene o il male. Andatelo a dire ai miei 41 bis che in realtà il loro errore dipende da circostanze di luogo, tempo, sociali: “Dottoressa, diciamocelo chiaramente, io sono un mafioso e di male ne ho fatto tanto... ‘a chi se lo meritava’, sto pagando il giusto, ma l’ingiustizia più grave è la mia donna che mi ha lasciato. Se solo potessi riavere lei e i miei figli...”.