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IL CASO/ Via il segno di croce da un asilo del Trentino? Il buon senso dice no

Pubblicazione:venerdì 2 novembre 2012

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Ci sono terre dure da domare.

Quasi sempre sono quelle belle.

La valle dei Mòcheni è una di queste, la valle che pende sopra Pergine Valsugana (quella della canzone, ricordate?) che si diparte come un dito dritta a Nord. E suoi abitanti sono degni di questo Nord che li abita e che li conforma. Sono “mòcheni” e parlano una lingua ibrida, il loro nome viene dal tedesco “machen” che significa: fare.

Chiamati dal Principe Vescovo a lavorare nelle miniere di rame, presto esaurite, e rimasti sposati alle donne trentine; non abbastanza buoni a fare i contadini, sono rimasti cacciatori, hanno girato migrando e vendendo povere cose, sono andati in ’Merica e in Svizzera, sono tornati con gli occhi pieni e le tasche semivuote in case ancora povere. In prati pieni di fieno e di vacche, ai loro monti dai fianchi bianchi ricchi di bestie selvatiche, gli inverni tali da irrigidire la terra del camposanto al punto da appendere i morti ai tetti, in attesa della primavera disponibile. 

Le loro donne, quelle che tenevano le stalle, si portavano il fieno sulla schiena nelle gerle grandi tre volte loro, cariche come lumache, ma dalle ginocchia svelte sui pendii scavezzacolli: loro svezzavano presto i neonati col latte di vacca, così li lasciavano alle nonne e tornavano prima al lavoro. Le loro vecchie: col grembiule nero, quando scendono in città odorano di fieno, il dolceacidulo sentore delle bestie addosso. 

I loro figli, quelli di adesso: quelli dei nonni che hanno tenuto durissimo, che non hanno venduto, i padri che hanno ricostruito, aperto strade, ricevuto contributi provinciali e innestato il ramo della loro tradizione nella cultura trentina. Quasi eroi, direi, i sopravvissuti alla fame e all’ignoranza, gente che può tirare un sospiro di sollievo quando nevica, no, non rimarrà isolata per mesi, no, non rischierà l’ultimo nato o il nonno di finire sul tetto.

E adesso arriva il bello: una giovane e nuova coordinatrice pedagogica della scuola dell’infanzia (l’asilo per interderci) dichiara di non ammettere che i dieci bambini del comune di Fierozzo (notate prego la fierezza del nome di questo paese di trecento anime) facciano il Segno di Croce prima di mangiare. Segnale dei tempi, intercultura, dice lei.

Insorge la valle, in testa i genitori, il sindaco, il parroco: ma che bella questa unità!

Articoli sui giornali, il fatto arriva sulle testate nazionali, il presidente della Provincia mette pace definitiva: provvedimento sospeso, “pensavo fosse uno scherzo di carnevale anticipato”.

Le motivazioni fanno appello alla tradizione, la minoranza etnica mochena è cristiana, cristianissima, non si può togliere loro un gesto così significativo: ma lo sapete voi quanto c’è da ringraziare per il pane, noi qui che siamo morti di fame solo sessant’anni fa? E ce lo ricordiamo...


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COMMENTI
02/11/2012 - Zucche...Crocifissi (LUISA TAVECCHIA)

Dalle zucche ai crocifissi!!! La differenza sta tutta qui. Chi vuol vedere e vuol capire lo faccia, altrimenti continuare a guardare la vita come una zucca vuota. Toglieranno i crocefissi, il presepe, l'ultima in una scuola di Trento dove vogliono proibire le preghiere e il segno della croce ai bimbi, i genitori hanno promosso una sommossa ..cosi si fa!!!! Beh! Noi ci teniamo la cappella Sistina, visto che ieri è stata la ricorrenza del n 500 anniversario e loro le zucche vuote. Non possiamo aver paura di zucche vuote! grazie sempre luisa