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PAPA/ I santi di Benedetto che il mondo non vede

Ieri, nella riflessione che accompagna l’Angelus, Benedetto XVI ha detto che ci sono santi “che solo Dio conosce”. Possibile? E la Chiesa? Il commento di DINFNA VALENTINI

Benedetto XVI (InfoPhoto) Benedetto XVI (InfoPhoto)

Nella riflessione all’Angelus di ieri è solo un inciso, ma è il punto su cui si misura la grandezza della scelta cristiana. Parliamo della frase con cui Benedetto XVI, nella sua breve meditazione per la festa di Ognissanti, fa un distinguo che non può non incuriosire: “i Santi che la Chiesa proclama tali e i santi e le sante che solo Dio conosce”. 

Non è questione di campionato, né di serie A o B, piuttosto di qualità di presenza, di visibilità e pubblicità della fede, di autenticità di vita. Perché la santità è una e il Papa lo ha spiegato molto bene questa mattina ai fedeli in piazza San Pietro. Essere santo vuol dire rendere presente, in modo personale, Cristo. In sostanza significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio, realizzando il progetto che Dio ha pensato per noi. 

Una cosa semplice all’apparenza, difficilissima vista la bella idea del Creatore di fornire il genere umano di libero arbitrio. Senza divagare il Santo, nella Chiesa, è unito a Cristo: senza annullare la sua personalità, si apre, si trasforma attraverso l’amore, acquista già sulla terra una dimensione eterna. “In lui – ha chiarito Benedetto XVI – vediamo la vittoria dell’amore sull’egoismo e sulla morte, vediamo che seguire Cristo dà senso al presente, ad ogni attimo che passa”, nel Santo riconosciamo una bellezza che ci appartiene e impariamo ad amare veramente la storia e il presente. 

Eppure sempre Benedetto XVI suggerisce, quasi en passant, l’idea che ci sia una santità “non visibile”, una forma di immedesimazione con Cristo che non rifulge, non abbaglia, ma che respira e si muove nel nascondimento. Ancora una volta la soluzione è nella limpida descrizione fatta da Ratzinger, in quell’aggettivo “personale” che identifica la natura della santità. Il rapporto con Cristo è unico, come uniche sono le circostanze in cui matura e si realizza. Nella dinamica tra “cielo” e “terra”, nel drammatico intrecciarsi di vissuto ed eternità, la scelta del Santo è una scelta libera, gravida di conseguenze, ma anche inevitabilmente giocata con e attraverso la propria umanità. 

Sono la tensione all’unità, la pace profonda che ne scaturisce, l’apertura totale allo sguardo d’amore di Dio, che affascinano e producono devozione. Le storie dei grandi santi del 900, da Padre Pio a Madre Teresa, a Giovanni Paolo II, per ricordare solo quelli universalmente acclamati, lo dimostrano. Ma tutto questo può anche essere vissuto nell’intimità, in una dolorosa rinuncia alla parresia, nell’esclusività di un rapporto che usa il silenzio come cortina necessaria. Pensiamo ai tanti cristiani immersi in un contesto di persecuzione, ai monaci che vivono nella separatezza o ai nuovi eremiti che penetrano il mondo attraverso il distacco e l’ascesi.