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TERRITORI/ A volte basta un cappone per esprimere l'identità di un popolo

Pubblicazione:venerdì 23 novembre 2012

Foto di Sarah Scaparone (particolare) Foto di Sarah Scaparone (particolare)

Se non la si considera così, l'Italia diventa matrigna, quasi come l'Europa che voleva negare gli aiuti promessi del terremoto. È questo il risultato del governo dei tecnici che avevamo accolto con una certa speranza? È questo il rigore di un governo che ha il volto del rigor mortis? Come mi sembrano veri quegli slogan che gridavamo ai tempi dell'università: la prima politica è vivere. E vivendo affermi il valore di un paese, di un luogo, di una piazza e di una chiesa. Un paese che ha il tuo nome, “che non è una sorpresa, son dieci vigne sei case e una chiesa - canta il medico di Rocchetta Tanaro Paolo Frola - il mio paese non è una scoperta, ma il cielo è una coperta sulla campagna estesa”. È la forza di un'identità, che Genova celebra con coraggio per tre giorni e che ha dentro questa poetica tenerezza. Che è quella dei giovani del mio paese, che dopo 50 anni hanno ristrutturato la torre saracina a loro spese, oppure dei giovani amministratori di San Damiano, che parlando del cappone pensano all'Expo del 2015.
E quello dell'Expo sarà un tema molto dibattuto a Genova, perché sarà proprio il festival delle identità dei nostri territori e dei loro tesori. Mettiamoli in mostra, prima che un dirigismo insensibile che usa l'accetta ce li porti via, o, semplicemente, li lasci nell'agonia di un patto di "instabilità" sociale, che potrebbe scoppiare da un momento all'altro. La corda non si può tirare all'infinito: se manca l'elasticità si spezza.



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