BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

ILVA TARANTO/ Beppe Grillo: la favola nera dello stabilimento

Sul blog ufficiale di Beppe Grillo la ricostruzione dei fatti dell'Ilva sotto forma di favola. Persoanggi fittizi con riferimento alla realtà per raccontare la sua opinione

Foto InfophotoFoto Infophoto

Sul suo blog, Beppe Grillo pubblica la sua versione dei fatti concernenti lo stabilimento Ilva di Taranto. Il blog di Beppe Grillo è il suo modo di esternare e comunicare il suo pensiero al mondo visto che a parte rarissime interviste registrate, non si è mai concesso a talk show televisivi o a interviste con la carta stampata. Si sa che il web per Grillo è la nuova e corretta forma di comunicazione, quella veramente democratica. La sua ultima esternazione riguarda dunque il drammatico caso dell'Ilva, lo stabilimento tarantino sottoposto a sequestro da parte della magistratura per presunto inquinamento. Nel suo tipico linguaggio colorito, a metà strada tra umorismo e fatti veri, Grillo ricostruisce dunque la storia dell'Ilva che vede un presidente del consiglio italiano chiamato Jumbolo vendere una grande industria a un signore, che viene chiamato Creso. Una industria venduta a un ottimo prezzo visto che Jumbolo era famoso per la sua generosità. Creso da parte sua avrebbe ricompensato tale politico con molti regali. Inoltre grazie a questa industria poteva guadagnare molti soldi visto che non doveva fare investimenti: li aveva già fatti Jumbolo con i soldi dei suoi sudditi. Nessuno però controllava il livello dell'inquinamento che l'industria produceva in città e campagna neanche il cosiddetto Gran Ciambellano dell'Ambiente, Peste Nera. Le famiglie degli schiavi che lavoravano per Creso cominciarono a morire, scrive ancora Grillo: "I padri diventarono costruttori di morte, il frutto del loro lavoro uccideva i figli. I Feudatari locali e i Finti Rappresentanti degli Schiavi Inconsapevoli fecero opera di rassicurazione, sedarono, sopirono, fecero mirabolanti promesse. Il lavoro doveva venire prima di ogni cosa, anche della morte. Creso aumentava i suoi profitti, la gente continuava a morire". Dovettero così intervenire i giudici: condannarono Creso e i suoi figli e la fabbrica venne chiusa.  Creso non pagò i suoi danni e gli schiavi invece si misero a combattere tra di loro: occuparono poi la fabbrica, chiesero che con i soldi di Creso la si ripulisse, ma intervenne il Grande Vecchio della montagna che con un decreto fece riaprire la fabbrica.