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GRUPPO MARZOTTO/ La Guardia di Finanza sequestra beni per 65 milioni di euro

Pubblicazione:lunedì 5 novembre 2012 - Ultimo aggiornamento:lunedì 5 novembre 2012, 11.32

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La Guardia di Finanza di Milano ha eseguito un decreto di sequestro preventivo di beni, per un valore di oltre 65 milioni di euro (tra cui immobili, terreni e partecipazioni societarie) nei confronti di tredici persone, alcune riconducibili alla famiglia Marzotto, accusate di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. Il sequestro è stato disposto dal gip Gianfranco Criscione su richiesta dei pm Laura Pedio e Gaetano Ruta nell'ambito di un'indagine proprio sul gruppo Marzotto. Lo riferisce la stessa Guardia di Finanza di Milano in una nota, precisando che l'ipotesi di reato è di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. “L'attività investigativa - si legge nella nota - ha consentito di svelare in Italia la reale sede dell'amministrazione di una holding finanziaria formalmente e consapevolmente costituita in Lussemburgo”. E’ sempre la GdF a far sapere inoltre che è stato possibile “riqualificare la holding lussemburghese come soggetto fiscalmente residente nel territorio nazionale, con conseguente emersione dell'obbligo di denuncia al fisco italiano di una plusvalenza da cessione di partecipazioni, realizzata nel 2007, per un valore di quasi 200 milioni di euro e per la quale è stata evasa un'imposta di oltre 65 milioni di euro”. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, risultano indagati Vittorio, Matteo, Maria Rosaria, Cristiana e Margherita Marzotto, Andrea, Isabella e Rosanna Donà dalle Rose, Barth Zech, Pierre Cladmi, Ferdinando Businaro e l'imprenditore immobiliare Massimo Caputi. Gli indagati, secondo l'accusa, avrebbero inizialmente venduto le loro quote alla Icg, con sede proprio in Lussemburgo e di cui restano proprietari, mentre successivamente, attraverso la Icg, avrebbero concluso l'operazione con il fondo. Tra gli immobili sequestrati ci sarebbero anche una villa di 25 vani a Cortina d'Ampezzo, abitazioni a Milano, Roma e un castello a Tressino. Attraverso le indagini, dunque, sarebbero stati individuati i luoghi in cui venivano assunte decisioni e direttive sulla gestione della società di diritto lussemburghese da parte di soci che risultavano essere quasi tutti residenti in Italia. 


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