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IL CASO/ Blangiardo: "delocalizzare" i nonni fa male ai giovani

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Senza nulla togliere alle case di cura della Slovacchia o di qualunque altro luogo a costi accessibili, una società che voglia definirsi civile non spedisce gli anziani per il mondo in base a un tariffario; invece, si interroga su quale sia il desiderio dei diretti interessati e fa in modo che se, come è incontestabile, è il contatto con la propria famiglia che fa la qualità della vita nell’anziano fragile, siano appunto le famiglie ad essere messe in grado di poter rispondere adeguatamente a quel disperato bisogno di affetto, oltre che di cure, che sempre più caratterizzerà un ampio strato della popolazione di ogni società che invecchia.

Nell’Italia di oggi si contano circa 12 milioni di ultra65enni, destinati a salire a 15 milioni nel 2024, a 18 milioni dieci anni dopo e a superare la soglia dei 20 milioni nel 2040, giungendo a rappresentare il 31% della popolazione residente. Tra di essi gli ultra90enni - la componente indubbiamente più esposta alle malattie e alla disabilità - passeranno dagli attuali 554mila a 1.331mila già nei prossimi vent’anni. E’ un esercito di 800mila bisnonni in più che chiedono di poter camminare “insieme” lungo il tratto di vita che ancora li aspetta. Esaudirli è doveroso, ma è anche conveniente.

Rafforzare la cultura che vede nel patto di solidarietà tra le generazioni un principio irrinunciabile, non giova solo al “nonnino acciaccato”: è un investimento anche per il ventenne che, come insegnano le statistiche, ha una probabilità straordinariamente alta (e crescente nel tempo) di diventare un giorno, a sua volta, quel vecchietto un po’ ingombrante che tuttavia preferisce alle bionde ed efficienti infermiere slovacche il confortante brontolio e il caldo affetto dei “suoi” familiari.

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