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SINODO/ Julian Carron, la lettera alla Fraternità di Comunione e Liberazione

Pubblicazione:martedì 6 novembre 2012 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 7 novembre 2012, 14.19

Don Julian Carron. Sullo sfondo, una delle ultime immagini di don Giussani Don Julian Carron. Sullo sfondo, una delle ultime immagini di don Giussani

Sentendo la chiamata alla conversione che veniva dall’aula sinodale, non ho potuto evitare di ricordare il richiamo che ci fece don Giussani tanti anni fa a Viterbo, invitandoci a «recuperare la verità della nostra vocazione e del nostro impegno». Perché anche noi, ci diceva, corriamo il rischio di «ridurre il nostro impegno a una teorizzazione di metodo socio-pedagogico, all’attivismo conseguente e alla difesa politica di esso, invece che riaffermare e proporre all’uomo nostro fratello un fatto di vita». Don Giussani domandava: «Ma un fatto di vita dove si appoggia? Dov’è la vita? La vita sei tu». Eppure tante volte a noi questa posizione sembra troppo poco concreta, inincidente storicamente, una sorta di «scelta religiosa». Infatti, continuava don Giussani, «per molti di noi che la salvezza sia Gesù Cristo e che la liberazione della vita e dell’uomo, qui e nell’aldilà, sia legata continuamente all’incontro con lui è diventato un richiamo “spirituale”. Il concreto sarebbe altro: è l’impegno sindacale, è far passare certi diritti, è la organizzazione, e perciò le riunioni, ma non come espressioni di una esigenza di vita, piuttosto come mortificazione della vita, peso e pedaggio da pagare ad una appartenenza che ci trova ancora inspiegabilmente in fila». E concludeva: «Il recupero della verità del nostro metodo per il rilancio della vita in noi, tra noi e là dove siamo, deve partire da capo. Dobbiamo riprendere coscienza dell’inizio di tutta la dinamica».

Qual è stato l’inizio?

«Il Movimento è nato da una presenza che si imponeva e portava alla vita la provocazione di una promessa da seguire. Ma poi abbiamo affidato la continuità di questo inizio ai discorsi e alle iniziative, alle riunioni e alle cose da fare. Non l’abbiamo affidato alla nostra vita, così che l’inizio ha cessato molto presto di essere verità offerta alla nostra persona ed è divenuto spunto di una associazione, di una realtà su cui scaricare la responsabilità del proprio lavoro e dalla quale pretendere la risoluzione delle cose. Quello che doveva essere l’accoglienza di una provocazione e quindi un seguire vivo è diventato obbedienza all’organizzazione».

Per poter offrire ai nostri fratelli uomini un fatto di vita, occorre che maturi in ciascuno di noi una autocoscienza tale della nostra dipendenza originale da farci rinascere in qualsiasi buio; ed è necessario essere talmente presi dall’avvenimento di Cristo che la Sua memoria domini le nostre giornate, perché mai sono di più me stesso come quando Tu, Cristo, mi accadi e mi invadi con la Tua presenza. Così potremo vivere la vita come vocazione, dove «ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità» (Benedetto XVI).


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