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SINODO/ Julian Carron, la lettera alla Fraternità di Comunione e Liberazione

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Don Julian Carron. Sullo sfondo, una delle ultime immagini di don Giussani  Don Julian Carron. Sullo sfondo, una delle ultime immagini di don Giussani

Affinché la nostra vita possa essere così cambiata, occorre la nostra disponibilità alla conversione, cioè alla sequela, secondo l’invito di don Giussani: «La sequela è il desiderio di rivivere l’esperienza della persona che ti ha provocato e ti provoca con la sua presenza nella vita della comunità, è il desiderio di partecipare alla vita di quella persona nella quale ti è portato qualcosa d’Altro, ed è questo Altro ciò cui sei devoto, ciò cui aspiri, cui vuoi aderire, dentro questo cammino».

Solo chi è disponibile a seguire un maestro, cercando di riviverne l’esperienza, potrà dare un contributo all’altezza della situazione. «Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia” (Sal 125,3)» (Benedetto XVI, 28 ottobre 2012). Solamente diventando «creature nuove» potremo mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, facendo trasparire nella realtà quotidiana la novità che ci è capitata, attraverso la diversità con cui viviamo la vita di tutti, dal lavoro al tempo libero, nel modo diverso di usare la ragione e la libertà, di affrontare le circostanze, la vita e la morte, di rispondere ai bisogni dei nostri fratelli o di partecipare alla vita pubblica.

In questi tempi, davanti a quanto accade al nostro movimento, mi viene spesso alla mente l’esperienza del popolo d’Israele. Mi auguro che non ci debba capitare quello che è successo ad esso: rifiutandosi di ascoltare i richiami dei profeti, il popolo fu portato in esilio. Solo allora, spogliato di tutto, capì dove stava la sua vera consistenza. Israele si fece umile e divenne una presenza in grado di rendere testimonianza al suo Signore, libero da qualsiasi pretesa egemonica di identificare la propria sicurezza con un possesso e con una riuscita umana. Attraverso la durezza di quella circostanza – l’esilio –, Dio purificò il Suo popolo e lo fece risplendere in mezzo a tutti.

Ricordando che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato» (don Giussani), aiutiamoci a camminare dentro la memoria di Lui, obbedendo alla voce del Mistero che ci chiama attraverso quel grande testimone che è Benedetto XVI. Se ci risparmiassimo questo che è “il” lavoro della vita, mancheremmo al compito della testimonianza per cui il Signore ha suscitato il carisma del movimento nella Chiesa, che continua a destare curiosità e interesse, come ho potuto verificare anche al Sinodo.

Se seguiamo con semplicità – come in tanti mi testimoniate di continuo –, non ci perderemo il meglio che bussa alla porta delle nostre giornate, come ci ricordava sempre don Giussani: «È una promessa dentro ogni battaglia – mentre c’è la battaglia, attraverso tutto il tempo della vita che sia lotta e fatica – a entrare sempre di più dentro il Tu; per il “Tu” è a un presente: “Mia forza e mio canto sei tu”».

Un abbraccio

don Julián Carrón



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