BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

SINODO/ Julian Carron, la lettera alla Fraternità di Comunione e Liberazione

Nella festività di Ognissanti, a conclusione del Sinodo sulla nuova evangelizzazione, don JULIÁN CARRÓN ha scritto una lettera a tutti i membri della Fratenità di Comunione e Liberazione

Don Julian Carron. Sullo sfondo, una delle ultime immagini di don GiussaniDon Julian Carron. Sullo sfondo, una delle ultime immagini di don Giussani

Milano, 1 novembre 2012

Cari amici,
appena tornato dal Sinodo dei Vescovi, voglio condividere con voi quello che ritengo più decisivo dell’esperienza vissuta, come indicazione per il nostro cammino.

Come sapete, il tema del Sinodo era «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Il punto di partenza era stata la constatazione, oggi palese a tutti, che la fede non è più un presupposto ovvio. Questa situazione non riguarda soltanto la fede come esperienza personale, ma ha delle conseguenze anche sulla vita delle nazioni, per cui terre feconde possono diventare deserto inospitale. Di questa «desertificazione» vediamo già non pochi segni: l’emergenza educativa, la crisi economica, la confusione politica, la mancanza di fiducia, la violenza nei rapporti, l’esasperazione della vita sociale… Forse il segno più significativo di questa desertificazione è l’incapacità di intravvedere un punto di ripresa, perfino da parte degli osservatori più acuti, sempre pronti a rilevare ciò che manca, ma impotenti quando si tratta di offrire suggerimenti per ripartire.

In questo contesto, è commovente vedere che una istituzione come la Chiesa, con duemila anni di storia alle spalle, sia ancora libera di mettersi in discussione. Tanto è vero che uno dei richiami più spesso ascoltati nell’aula sinodale è stato quello relativo all’urgenza della conversione. Tutti eravamo consapevoli che per far rifiorire il deserto non basta cambiare strategie e neppure una messa a punto dei piani pastorali. Occorre una vera e propria conversione personale ed ecclesiale. C’era la consapevolezza che senza conversione non ci può essere nuova evangelizzazione. Semplicemente perché anche noi, membri della Chiesa, partecipiamo di quell’indebolimento della fede che ci ha portato all’attuale situazione. Non per niente, il Santo Padre ha indetto un Anno della Fede, proprio per aiutarci a riscoprire il dono e la bellezza della fede.

Da dove ripartire, dunque?

Fin dal primo giorno del Sinodo il Papa ha posto la domanda fondamentale: «Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza?» (8 ottobre 2012).
E ha indicato con chiarezza la risposta: «Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato».

Il nostro contributo si può inserire solo nel dinamismo messo in moto da Dio stesso attraverso il suo Spirito. «Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre» (Benedetto XVI, 8 ottobre 2012). Solo chi si lascia afferrare da Dio, che è diventato vicino in Cristo, potrà risponder alla sfida della nuova evangelizzazione. «I veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi» (Benedetto XVI, 8 ottobre 2012).