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I NUMERI/ Blangiardo: la crisi del ceto medio ora minaccia i politici

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In effetti, la maggior parte degli studiosi afferma che questa crisi non è congiunturale ma strutturale. Quando e se ne usciremo, il paniere dei consumi ne risulterà comunque influenzato.

C’è il rischio che si inneschi il conflitto sociale?

Non credo. La gente, pian piano, inizia a dover rinunciare a beni che prima riteneva indispensabili. Con il tempo, l’amarezza viene sostituita da un sano realismo. Ci si rende conto che alcune cose non sono più accessibili. E prende piede la consapevolezza del fatto che siamo tutti sulla stessa barca, nel tentativo di ricostruire un equilibrio. Solo un fattore potrebbe rivelarsi destabilizzante.

Quale?

In tempo di ristrettezze, non c’è niente che rischia di far infuriare di più i cittadini che vedere qualcun altro che spreca, godendo di inaccettabili privilegi. Mi riferisco, in particolare, alla classe politica. E, francamente, siccome non credo che sia composta da uomini così poco accorti, dopo aver tirato tanto la corda, alla fine darà un segnale. Magari, superficiale e privo di sostanza. Ma in grado di scongiurare il rischio che la gente scenda in piazza con i forconi. Va anche detto, in ogni caso, che l’ipotesi è altamente improbabile perché il ceto maggiorante colpito dalla crisi è quello medio.

Quindi?

Difficilmente il ceto medio si lascia trascinare in proteste di piazza o manifestazione rivoluzionarie. Non credo neanche che il rischio di disordini possa provenire dal ceto più basso. E’ quello che, infatti, in questi anni ha avuto maggiormente accesso ad una serie di misure volte a temperare gli effetti della crisi, quali gli ammortizzatori sociali. E l’ipotesi che vinca Bersani, probabilmente sta rasserenando gli animi di molti lavoratori appartenenti alla fascia economica più bassa, convinti che dopo anni di sacrifici, cui sono stati sottoposti mentre al governo c'era la destra, le cose possano cambiare.  

 

(Paolo Nessi)

 



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