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ISTAT/ Blangiardo: la rinuncia al matrimonio religioso è la spia dell'incertezza dei valori etici

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E' possibile. I genitori i cui figli si sposano adesso è gente che magari ha fatto il famoso 68 o comunque partecipato a una stagione molto precisa dal punto di vista ideologico. Che poi sia finita come sia finita, è possibile che sia  rimasta una idea di appartenenza a certi principi.  Che ci sia anche questa componente non è da escludere, non è probabilmente così determinante ma sono tante gocce che fanno questo secchio pieno d'acqua.

 

Lei crede che rinunciare al matrimonio religioso e dunque a una impostazione cristiana della vita significhi poi anche seguire certi pronunciamenti di valore etico che contrastano con la fede, ad esempio la fecondazione assistita e altri dibattiti etici oggi presenti nella nostra società?

 

Il matrimonio religioso, al di là di casi di forzature da parte dei genitori, in qualche modo rappresentava la testimonianza di una scelta, un passo in un certo modo segnato da un valore preciso, quello cristiano. Il fatto di aver rinunciato a queste cose non porta conseguenze etiche probabilmente, ma è la spia di un atteggiamento più possibilista e quindi disponibile ad accettare le variazioni.

 

Ad esempio?

 

Pensiamo all'aborto e al grande dibattito che attraversò la nostra società. Molti anche persone di principi ben identificabili in base all'idea del male minore accettava un discorso di violazione di un principio che non è certo irrilevante che è la salvaguardia della vita, perché in buona fede credeva che in talune circostanze si poteva scegliere una soluzione alternativa. Credo che segnali come la rinuncia ai matrimoni religiosi e altri diano la pericolosa sensazione di allontanamento da certi valori e principi: nel momento in cui c'è da fare altre scelte si è più propensi all'accodamento. 



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