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CASO SALLUSTI/ Un errore a senso unico che toglie la libertà ai nostri figli

Alessandro Sallusti (InfoPhoto) Alessandro Sallusti (InfoPhoto)

Che ha lasciato una direzione per tornare al giornaletto della sua provincia, L’Ordine di Como, per  essere libero di cercare notizie e scriverle. Se non avesse fatto l’errore di dirigere un giornale della famiglia Berlusconi, se avesse optato per un’altra testata, Sallusti non sarebbe stato giudicato un delinquente abituale. A certi direttori i magistrati danno buffetti sulle guance, fanno rimbrotti, ma senza strapazzarli troppo.

Si dice che la diffamazione è un delitto vero, da sanzionare e punire con severità: è sacrosanto, ma ricordiamo alla nausea che l’articolo in questione era un commento, non un pezzo di cronaca, come quello sul quotidiano La Stampa da cui era desunto. Esagerato nei toni, ingiusto nei contenuti. Ma nasceva dall’indignazione sincera per la violenza subita da una ragazzina costretta dagli adulti intorno a lei ad abortire, e non poteva avere la forza di opporsi. Gli errori si pagano, sonoramente. E si chiede scusa, si pubblica una smentita. Sallusti afferma di non aver mai letto quel pezzo, e di non averlo poi approvato. Chiedete a qualunque direttore se legge ogni giorno riga dopo riga quel che esce sul suo giornale. Ma non è questo il punto.

Il punto è che questo è un paese in cui si violano le redazioni dei giornali (di un giornale, non di tutti), si arresta un giornalista per non aver vigilato abbastanza, e lo si condanna come criminale. Poi gli si concedono  i domiciliari, perché il can can mediatico non monti troppo, e non costringa a discutere seriamente dello strapotere della magistratura, e di una legge anacronistica e fascista che, guarda caso, piace a mezzo arco parlamentare, di qua e di là. Poteva accettare buono e zitto di passare qualche tempo chiuso in casa?

A mio figlio diciassettenne questo sarebbe sembrato vile e compromissorio. Un criminale va in galera, come tutti gli altri. A mio figlio diciassettenne pare incomprensibile che tutti i giornalisti italiani, il quarto potere, la casta impunita, appunto, non incrocino le braccia, non scendano in piazza, non listino a lutto le loro testate. Un gesto comune, senza se e senza ma. Non conta essere d’accordo, condividere scelte politiche, idee e stile. In questo paese non succede. A mio figlio diciassettenne sembra impossibile che il Presidente della Repubblica, capo del Csm, non abbia già chiuso questa brutta pagina della nostra giustizia, e che possa tentennare a prendere carta e penna per siglarne con la grazia la parola fine.  A mio figlio diciassettenne non piace crescere e vivere in un paese così, se ne vergogna.


COMMENTI
02/12/2012 - Qual è il punto signora Mondo? (Franco Labella)

E' preoccupante che una giornalista scriva come fa la signora Mondo che il punto non è che Sallusti non si è scusato e che il caso è particolare perché il diffamato è un giudice. Scusarsi significava essere consapevole del reato per cui Sallusti è stato condannato secondo la legislazione vigente. Come Guareschi e Jannuzzi anni fa. Non ci piace questa legislazione? Cambiamola. Ma non creiamo il martire Sallusti. E vorrei ricordare alla signora Mondo che un reato non lo si qualifica in relazione alla parte offesa (il giudice) ma in relazione ad un comportamento del reo. Sallusti non vuole privilegi di casta? Fa benissimo ad andare a S. Vittore ma non ci chieda l'aureola per questo. Dopo di che l'omesso controllo va depenalizzato? Mondo scriva un articolo su quanto è stato tentato e per fortuna sventato in Parlamento ma lasci perdere le campagne orchestrate e tutto il resto. Anche perchè Sallustri ha sufficiente esperienza in materia, basta chiedere a Boffo.

 
02/12/2012 - Due no, ma... (Giuseppe Crippa)

La signora Mondo ci chiede di dire se Sallusti è un delinquente pericoloso e se la nostra giustizia è giusta. No, Sallusti non è pericoloso, ma “delinquente” (cioè persona che ha commesso un reato)sì. E no, la nostra giustizia non è giusta, ma lo sarebbe ancor meno se alcuni venissero puniti con una punizione “à la carte” (cioè erogata come la desiderano) ed altri no.