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CARCERI/ Manconi: i politici ignorano il lavoro dei carcerati perché non portano voti

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E’ il segno più evidente di quella sfacciata ipocrisia che si sta manifestando nel coro pressoché unanime di solidarietà a Pannella. Tutti, infatti dimenticano le ragioni del suo sciopero. Il suo gesto viene presentato come una mera testimonianza individuale, un atto di religiosità laica, un segno di eroica sensibilità. Si dimentica che tutto ciò rappresenta una scelta politica di un uomo politico per un obiettivo politico.

Da dove nasce una tale ipocrisia?

Il tema delle carceri, politicamente, è ben lungi dall’essere remunerativo; talvolta, è addirittura svantaggioso in termini di consenso. Tanto più che i carcerati non possono farsi portavoce in prima persona delle proprie istanze, né ottenere la dovuta visibilità. Al contrario, una concezione vendicativa della pena spesso è politicamente conveniente.

Il rischio è che il lavoro carcerario sparisca definitivamente?

Guardi, già adesso, la percentuale di detenuti impegnati in attività lavorative raggiunge con difficoltà il 10% della popolazione carceraria. Di questo 10%, la parte più rilevante, è costituita da lavori volti al mantenimento delle carceri, quali il cuoco o i postini. Solo il 4% è impegnato in attività produttive o di formazione. L’azzeramento del finanziamento porterà tale percentuale vicino allo zero.

Non lavorare cosa comporta per un detenuto?

Tutti i detenuti che hanno come unico orizzonte la cella chiusa sono destinati ad una recidività elevatissima, salvo rarissime eccezioni; tutti quelli che hanno un qualche orizzonte diverso (attività lavorative, culturali, ricreative, sociali o formative) hanno chance di ri-socializzazione decisamente maggiori, sempre salvo rarissime eccezioni.

E per la società?

A fronte di un risparmio, tutto sommato, esiguo, c’è il rischio che si producano danni rilevantissimi, sotto il profilo sociale ed economico.

 

(Paolo Nessi)

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