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IL CASO/ La Spagna chiede scusa per la "cacciata", ma la storia non tornerà indietro

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Con le successive espulsioni dal Portogallo e dall'Italia meridionale, che facevano parte dei domini del regno, più di mezzo milione di persone fu obbligato a perdere tutto e a cercare un rifugio altrove o a rinunciare alla propria identità culturale e religiosa. Vi furono molte decine di migliaia di morti, il seguito delle persecuzioni dell'Inquisizione contro coloro che erano sospettati di voler tornare alla fede dei padri, un esodo massiccio di popolazione che continuò per un secolo e mezzo in direzione di luoghi più tolleranti come i Paesi Bassi, parte dell'Italia e in particolare Livorno e Venezia, l'Impero turco. Spagna, Portogallo, Sicilia e Calabria furono impoveriti dalla scomparsa di settori attivi ed economicamente importanti.

In linea di principio dunque la condanna di un provvedimento così umanamente e socialmente disastroso è giusto e opportuno. Ci si può chiedere però quanto sia realistica una riparazione dopo mezzo millennio, quando molti Stati ignorano le loro colpe molto più dirette per quello che è accaduto nel secolo scorso: per fare solo qualche esempio la Lituania che minimizza la propria partecipazione alla Shoah, la Turchia che ancora nega il genocidio armeno, i Paesi arabi che insistono per tutelare i rifugiati palestinesi (di cui sono corresponsabili, non avendo minimamente cercato di integrarli in sessant'anni) e non riconoscono l'espulsione dei loro cittadini ebrei né si sognano di accordare ai loro discendenti diritti di cittadinanza. Ma bisogna accogliere con rispetto questa notizia: perché una politica che si misura coi tempi della storia può non essere realistica, ma certamente testimonia di un senso dell'etica e dell'identità che non è comune, né fra gli stati né fra le persone.

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