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IMU ALLA RICERCA/ Troina: giusto esentarla, ma non è da considerare il bene assoluto

Pubblicazione:domenica 30 dicembre 2012

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La ricerca scientifica costretta a pagare l’Imu per i suoi immobili. Dopo le polemiche sull’applicazione dell’imposta municipale alle scuole paritarie, ora anche il professor Silvio Garattini, direttore dell’istituto Mario Negri, denuncia il fatto di essere costretto a versare 360mila euro per gli edifici dell’ente di ricerca. Mentre l’Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) deve pagare 30mila euro e la Firc (la fondazione sorella dell’Airc) circa 200mila. Ilsussidiario.net ha intervistato Gaetano Troina.

Che cosa dovrebbe scandalizzarci di più, l’Imu sugli enti di ricerca o quello sulle scuole paritarie?

L’ente di ricerca paga normalmente l’Imu sulle sue abitazioni, a prescindere dal modo in cui queste sono gestite. Le scuole paritarie sono a loro volta tassate perché si pensa che sia un’attività di impresa commerciale, differentemente da quelle pubbliche che non hanno profitto. La questione centrale è appunto la dose di profitto. Se non esiste un surplus significativo che serve a compensare i costi e gli investimenti futuri, sarebbe opportuna un’equiparazione delle scuole private e di quelle pubbliche, e quindi l’Imu non dovrebbe essere pagata. Tutta la scuola del resto è pubblica, e il diritto del genitore è quello di scegliere in libertà la scuola per i propri figli.

Lei quindi come risolverebbe il problema?

Sarebbe opportuno che i genitori fossero dotati di un ticket da potere spendere nella scuola che vogliono, sia che questa sia di ispirazione religiosa oppure laica. Si metterebbero in concorrenza tutte le scuole, private e pubbliche, sotto un regime di libertà. Allo stesso modo gli enti di ricerca di interesse pubblico, e non quindi quelli legati a case farmaceutiche, non sono imprese ma aziende di erogazione a tutto tondo. Queste ultime non hanno come fine il lucro, ma hanno il dovere di coprire le loro spese chiedendo un contributo. Bisogna quindi vedere se la copertura di questi costi è di molto superiore ai costi stessi, cioè se c’è un’eccedenza che possiamo considerare utile o profitto. Se non c’è questo, tanto l’ente di ricerca quanto la scuola paritaria stanno erogando un servizio pubblico, e soltanto per un’interpretazione reazionaria e ideologica si può fraintendere questa distinzione.

Ma in linea teorica anche istituti che facessero, per esempio, ricerca sugli embrioni potrebbero davvero legittimamente appellarsi al bene comune per non pagare l’Imu?

Noi, in quanto cattolici, dobbiamo tenerci alla larga da interpretazioni “ideologiche” che ci porterebbero allo stesso livello di giudizio di quanti sono a favore della tassazione delle scuole paritarie. Da un sano punto di vista laico, ritengo che lo Stato non debba tassare la ricerca, e l’interesse del bene comune anche in queste ricerche sugli embrioni può avere un significato se c’è dietro una maggioranza che intende perseguire questo fine. I numeri purtroppo non sono sempre dalla parte della concezione cattolica.

Che cosa si può fare quindi?


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