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J'ACCUSE/ C'è chi studia la pillola della "moralità" per fare a meno dell'educazione

Pubblicazione:mercoledì 1 febbraio 2012

Uomini e topi (InfoPhoto) Uomini e topi (InfoPhoto)

La recente ennesima provocazione del bioeticista austrialiano Peter Singer è quella della “pillola della moralità”. Come spesso accade quando si tratta di speculare sulla base di scoperte nell’ambito delle neuroscienze, occorre tenere distinti i dati scientifici dalle interpretazioni sia filosofiche sia mediatiche, spesso ispirate, come ha detto Massimo Piattelli Palmarini, da una sorta di neuromania.

Recenti esperimenti scientifici sui ratti, condotti dall’equipe di Jean Decety dell’Università di Chicago, ci dicono che, di fronte alla scelta se consumare solitariamente un pezzo di cioccolato o liberare un simile per poi mangiare assieme il gustoso bottino, la maggior parte dei roditori opta per la seconda possibilità. Anche tra i ratti quindi esisterebbe qualcosa come l’empatia, la capacità di soffrire insieme a chi soffre. I neuroscienziati riconducono questa capacità a ciò che appare alla luce della Pet o di altre sofisticate forme di risonanza magnetica tanto negli umani quanto nei ratti in corrispondenza dei vissuti empatici, allorquando si vedono attivare certi circuiti neuronali comuni a entrambe le specie.

Qui finisce la scienza e comincia il sogno (o l’incubo) di Singer. Basterebbe allora fornire agli umani quegli ormoni capaci di attivare i suddetti circuiti per renderli “più buoni”?

Qualche riflessione si impone. Innanzitutto non è detto che la bontà sia direttamente proporzionale all’altruismo: la storia contemporanea è piena di esempi di individui che hanno commesso stragi di proporzioni inaudite in nome dell’“umanità”. In secondo luogo l’analogia tra umani e ratti regge solo sino a un certo punto. È vero che l’empatia è un fattore fondamentale dell’esperienza morale umana. Ma essa è incastonata in una dinamica conoscitiva complessa, fatta non solo di emozioni ma anche e soprattutto di immaginazione e pensiero che si fa fatica a postulare anche nei ratti. L’empatia umana ha sicuramente basi neuro-fisiologiche, come si può evincere a partire dai casi di individui che hanno subito traumi gravi a livello celebrale. Ma negli individui sani essa dipende molto dall’educazione e dagli stili di pensiero che caratterizzano ogni uomo. I genocidi che hanno oscurato il secolo scorso, ad esempio, sono stati commessi grazie alla partecipazione più o meno attiva di uomini e donne “normali” – non a caso di parla giustamente in questi casi di “banalità del male”. 


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