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MATTEO MASTROMAURO/ Negri: col suo cuore semplice ha cambiato il volto della morte

Pubblicazione:domenica 12 febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento:domenica 12 febbraio 2012, 11.20

Matteo Mastromauro Matteo Mastromauro

Ricordo con molto dolore e insieme con molto affetto Matteo Mastromauro, uno dei più grandi amici che la Provvidenza mi abbia donato in questa vita lunga e piena di tanti incontri e di tante sollecitazioni.

Matteo Mastromauro è stato mio allievo all’Università Cattolica, nei corsi di Introduzione alla teologia. Fedelissimo, a differenza di tanti suoi compagni, desideroso di apprendere, di conoscere, soprattutto caratterizzato da una straordinaria bontà e capacità di apertura nei confronti delle persone e delle situazioni. Un’apertura che, a volte, rischiava perfino di essere eccessivamente ingenua. Matteo Mastromauro capì che l’esperienza della comunità cristiana e del Movimento, che facevamo, in un clima certamente pieno di positività e sanamente esaltante, nell’università avrebbe dovuto diventare poi forma della cultura, dell’impegno sociale. E quindi fu di quelli che affrontarono il problema del passaggio al mondo adulto non con la tentazione di reiterare forme e modi dell’esperienza universitaria, ma gettandosi nel pelago vasto e nuovo della vita sociale.

La scelta delle comunicazioni sociali, la scelta del mezzo televisivo rispondeva certamente a una particolare capacità comunicativa. Così come indubbiamente aveva una capacità di percezione dei problemi sociali e politici molto netta e approfondita. Senza sbandierarlo, era veramente una presenza cristiana in grado di esprimere anche nelle circostanze normali un giudizio diverso e una benevolenza verso se stesso e verso gli altri.

Io non ho potuto seguirlo nella fase della sua malattia, perché ero già qui, vescovo a San Marino-Montefeltro. Ho avuto con lui varie telefonate, e come è accaduto per la gravissima leucemia che poi ha fatto morire in due anni mio nipote, ho condiviso le sue speranze, le sue aspettative, e poi quelle ricadute che sono così dolorose da portare, anche dal punto di vista psicologico. Nella mia vita rimane, nella normalità della sua esistenza, un testimone dell’ordinarietà dell’avvenimento di Cristo e della Chiesa. Veramente, quando ho saputo da sua moglie della morte di Matteo Matromauro, mi sono venute alla mente le parole di Giovanni Paolo II: “Era necessario che l’eroico diventasse quotidiano per fare diventare il quotidiano eroico”.


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