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SENTENZA ETERNIT/ Pansa: vi racconto il mio inferno dell’amianto

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Intanto non credo che siano stati decenni. Sono già parecchi anni, ma questa terribile storia dell’Eternit è entrata nella coscienza comune non solo della città ma anche di quella parte dell’opinione pubblica italiana che si occupa di questi eventi orrendi dieci o 15 anni fa. L’aspetto però decisivo è che si sia giunti alla condanna dei due proprietari dell’Eternit, e anche questa misura temporale di 16 anni mi sembra giusta. Non è mia abitudine dichiarare se sono d’accordo o meno con una sentenza. Ma in questo caso mi sento autorizzato a farlo, essendo nato a Casale Monferrato e avendoci vissuto fino alla laurea, seguendo poi giorno per giorno i suoi sviluppi attraverso “Il Monferrato”, il bisettimanale cittadino. Anche di recente sono stato a Casale a presentare un mio libro. E mi sono reso conto in prima persona di questo inferno dell’amianto. E’ giusta quindi non solo la condanna, ma anche la sua motivazione e l’ammontare dei risarcimenti, anche se la vita delle persone non può essere mai quantificata.

 

In che modo si è reso conto in prima persona dell’inferno dell’amianto?

 

Perché Casale è una città che vive di continuo davanti a questa roulette russa. In tutti questi anni, è morto di mesotelioma pleurico sia chi ha lavorato all’Eternit sia chi non ci ha mai lavorato. Sono morte anche persone che avevano vissuto in città o nei paesi vicini fino ai 20-25 anni, e poi erano sempre vissute all’estero o altrove. Quando parlo quindi di roulette russa penso anche a me stesso. Io sono nato a Casale nel ’35, ci ho abitato fino al 1959, finora non mi sono ammalato ma spero che non mi succeda in futuro. Ho visto morire dei miei compagni di scuola, che non avevano mai fatto gli operai ma erano professionisti o industriali di altri settori.

 

Il presidente della Corte d’appello, Mario Barbuto, ha definito quello sull’Eternit “un processo unico nella storia”. E’ veramente così?



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