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Cronaca

LA STORIA/ Don Giuss e quel Barolo del ‘74

Don Giussani e Angelo ZolaDon Giussani e Angelo Zola

Don Giussani era povero, nel senso di una virtù che abbraccia l’essenziale, e quando qualcuno gli faceva un dono, in particolare un vino, lui spalancava gli occhi come un bambino: “Barolo?”. Era il suo preferito, con inclinazione per quelli più tradizionali, ma da par sua amava anche una Malvasia piacentina, frizzante e molto secca, che produceva Migliorini, barolista di vaglia, legato ai colli piacentini. Insomma, amava i gusti schietti, riconoscibili, leganti fra la terra e l’uomo.

A inizio gennaio di quest’anno, una sera - lo racconto nell’ultima Circolare che è stata spedita ieri - mi sono trovato con una mia amica di Todi, Almerina, all’Abbazia di Staffarda, tra Pinerolo e Saluzzo. Una maestosa costruzione medievale, bellissima, corredata, oggi, anche da un ristorante, Il Sigillo, dove abbiamo mangiato uno stinco di maiale niente male. E quella sera Almerina mi ha raccontato un episodio che le stava particolarmente a cuore.

Ossia di quella volta che il don Gius andò a casa sua e lei, per fargli onore, si procurò un Barolo del 1974. Quando il Gius vide la bottiglia spalancò gli occhi con sorpresa, si versò il vino e non ne bevve per tutta la sera. Ogni tanto lo annusava, lo guardava, mentre parlava. E tutti si chiedevano perché mai non bevesse quel vino, quasi con un senso di colpa per aver sbagliato a scegliere. Dopo i primi bocconi del secondo, ma quasi alla fine, ne bevve un sorso e interrompendo ciò che stava argomentando disse: “Noi crediamo in questo”. E alzò il calice di vino.

Un vino come un’espressione del Divino, del bello che abita questo mondo. Questo deve aver pensato don Giussani in quel momento, commosso come di fronte a un quadro. Ma la cosa che più m’ha colpito del racconto di Almerina, è stato il suo atteggiamento: ha voluto che il Barolo si ossigenasse per bene, poi l’ha desiderato ascoltandone l’evoluzione dei profumi e infine lo ha assaggiato, con estremo rispetto.