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LA STORIA/ Don Giuss e quel Barolo del ‘74

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Don Giussani e Angelo Zola  Don Giussani e Angelo Zola

Uno dei privilegi dei soci di Papillon, che in più di mille, sabato e domenica si apprestano a fare una cena in contemporanea in settanta località per la pizzeria San Rafael di padre Aldo Trento, è la Circolare, ovvero un diario circoscritto della vita e degli incontri di uno che fa di mestiere il critico enogastronomico. E dopo 20 anni questo lungo diario è diventato una raccolta di episodi, di persone incontrate, di pensieri.

Ogni tanto lo riguardo e proprio in questi giorni m’è venuta in mano la raccolta del 2005. Dov’ero in questi giorni? Ero a Montalcino, per assaggiare, come farò la settimana prossima, i 120 Brunello dell’annata. E appena finita la degustazione mi raggiunse la telefonata di un’amica: “Don Giuss si è aggravato...”. Erano le 17 di un pomeriggio plumbeo nella campagna senese e subito, insieme a Roberto, mi misi a cercare una chiesa per prendere una messa, ma in quella campagna non ci fu nulla da fare. Alle 18, decidemmo che l’unica strada era cercare un’Abbazia e ci dirigemmo in Val d’Orcia, all’Abbadia San Salvatore.

Quando arrivammo, erano le 18:30, il portone era già chiuso. Suonammo, ci venne ad aprire un monaco e subito gli dicemmo il motivo della nostra visita: “Don Giussani sta molto male, vorremmo pregare per lui”. Il monaco ci guardò come se gli fosse capitata la cosa più strana del mondo, ci aprì una stanza del monastero dove c’era un crocifisso e ci lasciò li a dire il nostro rosario. Quando uscimmo, ci salutò frettolosamente, pensando in cuor suo - almeno sembrava - che fossimo gente ben strana, senza capire che come minimo quel giorno dovevamo pregare in luogo sacro e possibilmente bello.

La sera del suo funerale - ricordo - ci trovammo a casa mia, con una decina di amici che erano venuti da lontano per partecipare alla convention nazionale dei Delegati di Papillon. E per ricordare il don Gius aprimmo la bottiglia di Bricco dell’Uccellone del 1982, che avevo messo via per lui, per quando sarebbe tornato a casa mia... come recita anche una struggente canzone di Claudio Chieffo che a sorpresa un’estate mi volle dedicare. Quel Bricco così longevo era una scommessa: aveva 23 anni. Lo assaggiammo in silenzio, e non ci sembrava vero che fosse così perfetto, così generoso di racconti, tanto da lasciare una nostalgia dopo l’ultima goccia.

Il giorno dopo a San Giorgio Monferrato, ospiti della casa di Piero Portalupi guardammo il film Il pranzo di Babette, e lì capii che don Giusssani era stato per me e per noi quel generale che si stupiva, coglieva il valore dentro le cose di tutti i giorni e ci introduceva a guardarle. Avete presente quella sequenza a tavola, quando Babette porta i suoi piatti abbinati ai vini fatti arrivare dalla Francia? Lì il generale coglie il segno di cosa sia il gusto, e d’un tratto quello che sembrava un semplice convivio diventa esperienza per tutti, fino al canto.



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