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IL CASO/ Ici: una tassa per la Chiesa, un regalo per il Leonka

lunedì 20 febbraio 2012

Quelli che la Chiesa cattolica torni a pagare l’Ici, quelli che bisogna finirla con i sacri privilegi e quelli che sui muri (di carta) ancora oggi scrivono che non bisogna più dare case al clero, semmai più cloro. Certi tormentoni non finiscono mai, come i chiodi fissi di qualche politico radical-drink e le ossessioni parallele di tanti giornalisti. Quelli de Il Manifesto, ad esempio, uno dei pochi giornali al mondo ad avere ancora il coraggio di rivendicare sotto la testata la qualifica di quotidiano comunista. L’altro giorno titolavano così la decisone del governo di modificare le nome sulle esenzioni fiscali per gli enti non profit: “Ici, se fa business anche il santo paga”. Chiaro esempio di disinformazia companera: primo perché il “santo” l’ha sempre versata l’Ici sulle attività commerciali, sugli immobili dati in affitto e le strutture alberghiere. Secondo perché con le nuove norme, non solo la Chiesa ma laicissimi enti e ong che operano senza fine di lucro - e per scopi di utilità sociale - si troveranno a versare quattrini al dottor Monti.

Massì, i furbetti scrivani fingono di non sapere, o forse lo sanno benissimo, però fanno gli gnorri. Pesci in barile camuffati da agenti del fisco, cacciatori di mense della Caritas, oratori, sacrestie, e monasteri. Con pervicacia di cui solo i media son capaci, in questi mesi si è continuato a propalare la grande panzana di una Chiesa cattolica esentata dal versare l’Ici sui locali dove preti e sacrestani avrebbero libera licenza di lucro, mentre gli altri son condannati a pagare tutto, fino all’ultimo cent. Balla colossale, esemplare caso di mobbing mediatico, perché la licenza d’evasione ecclesiale sancita per legge proprio non è mai esistita. Se non nelle caricature di gazzettieri e politici faziosi. Del resto, fu un grande giornalista e scrittore della Beat generation, Norman Mailer a confessare che: “Dire la verità e tutta la verità con un giornale è come pretendere di suonare la Nona di Beethoven con un’ocarina: lo strumento non è molto adatto”.

Un po’ troppo cattivello, forse: non tutti i reporter sono così, come i falsari de Il Manifesto o i buontemponi di Repubblica che qualche tempo fa (ai tempi della sedicente inchiesta di Curzio Maltese) arrivarono a scrivere che l’abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, non è un monastero ma un resort cinque stelle a 300 euro a botta. Farebbero bene, i segugi di De Benedetti, a ficcare il loro naso da fiuto in altri locali: magari in quelli occupati dai centri sociali, magari al Leoncavallo nella nuova Milano del sindaco Pisapia.




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