Cronaca
giovedì 23 febbraio 2012
L'altra sera, a Cavenago di Brianza, nella cucina di Enrico Bartolini, ho visto qualcosa che ha il sapore dell'Italia che ricomincia e non sarà più come prima. Pasquale Forte è un imprenditore di successo, nato dal nulla, e oggi numero uno nel campo dell'elettronica. L'invito a cena era per presentare un suo nuovo vino, uno spettacolare brut rosé metodo classico, frutto di uve pinot nero coltivate in Val d'Orcia. Il Podere Forte è a Castiglione d'Orcia (Si) e lì Pasquale, in 15 anni, ha creato un'oasi naturale e anche grandi vini. Cosa ha mosso un imprenditore di successo, di origini calabresi, a fare tutto questo? L'unica cosa che muove il mondo: il desiderio, il sogno della giovinezza, che è stato premiato quel giorno in cui Pasquale ha fatto vedere a suo padre i terreni appena acquistati e lui gli ha detto: “Caro figlio ti ringrazio, perché hai riportato la nostra famiglia alla terra”. Quella sera a cena, Pasquale ha voluto con sé anche il consulente enologo Donato Lanati e un giovane produttore di vino, Roberto Conterno (suo il mitico Barolo “Monfortino”) perché ha con lui un sentire comune. E questa è stata la novità: persone che si riuniscono, che dialogano e così facendo scrivono inconsapevolmente la storia. Mi ha dato insomma l'idea che pensasse ai rapporti come a una risorsa, come un mare aperto in cui tuffarsi, senza quei paletti assurdi che ogni tanto si incontrano nella storia e che vanno sotto il nome di ideologie.Già, le ideologie: sono fallite tutte, dentro la loro stupidità, che ha creato solo dei muri di incomunicabilità tra le persone e dentro a un paese, che invece ha nel suo DNA le risorse per vivere e per ripartire. Leggo sui giornali, da diversi giorni, che il premio Nobel Dario Fo, avrebbe impedito a un ragazzo, durante un suo spettacolo, di annunciare un invito per raccogliere dei fondi da destinare all'“Associazione Banco Nonsolopane”. Il motivo? Che era di CL. Ora, al di là della violenza di un atteggiamento supponente, il dispiacere è soprattutto per lui, per Dario Fo, che in nome di una ideologia decide chi è buono e chi è cattivo e così facendo obnubila (e senza neanche avere bevuto) la possibilità di conoscere, mortificando chi dona il proprio tempo per rispondere ai altrui. E poi la mattina va a lavorare come fanno tutti.
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