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TRAGEDIA GIGLIO/ La mamma di Dayana e la certezza che quel male non è insensato

Pubblicazione:giovedì 23 febbraio 2012

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Si chiamava Dayana. Un nome che fa venire in mente un motivo antico, una canzone che ormai conoscono solo più le nonne, e sa di festa, di giovinezza, di vacanze belle e sognate. Paul Anka, ricorderete vagamente. Si chiamava Dayana la piccola di Rimini che è stata inghiottita dalla nave Concordia, il 13 gennaio. Sua mamma avrà pensato a un nome tanto americano; da diva, sì, ma ormai familiare, di casa, grazie a quella canzone. Dayana che entra all’asilo, e sembra di entrare in un film di Fellini. Dayana con la piadina, Dayana che saluta e parte per salire sulla nave grande, bianca, elegante, altro che il mare delle sue spiagge a file, dodicesima ombrellone 18.

La mamma l’aveva affidata al papà, raccomandandosi, perché anche queste navi da crociera sono grandi, e se ti perdi a Rimini c’è sempre un bar, un bagnino che fa risuonare il tuo nome agli altoparlanti, ma una nave… tranquilla, le ha detto l’uomo, su una nave è ancora più sicuro, e non la lascerò mai un attimo. Infatti non l’ha lasciata, il papà, ed è morto con lei. Ligio a tutte le becere indicazioni dello sbandato personale di bordo, il giubbotto salvagente, e poi tutti sul ponte dove ci si raduna,  seguite quello che vi hanno detto nella prova, quella appena fatta, no problem.

Vogliamo credere che l’onda di piena sia arrivata in un secondo, che non la aspettassero, mentre lui le accarezzava i capelli e le faceva vedere, ridendo, com’era diventata sbilenca la nave, sembrava uno scivolo. Non possiamo pensare che poco a poco l’acqua sia salita, e con essa la disperazione. Sarà stato invece come un tuffo improvviso, e una boccata sola, una sola è bastata per separare quelle mani che si stringevano forte. Ma quella madre. Un mese e nove giorni. Un mese e nove giorni a sperare che la trovassero viva, poi malconcia, ma viva, poi che almeno potesse abbracciare un corpo, ma il suo corpo; guardare il suo viso e poterlo riconoscere. Un mese e nove giorni dopo, è davvero troppo. Non fategliela vedere, non fatele neanche immaginare l’orrore di quel corpicino martoriato, di quei resti miseri in balia di un mare assassino.


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COMMENTI
23/02/2012 - (claudia mazzola)

Errare è umano, perdonare è divino. Per me Dayana ha già perdonato il comandante Schettino...

 
23/02/2012 - .... (Mariano Belli)

Solo un Amore grande, l'unica ma fondamentale cosa che manca in questo mondo, potrà risollevarci dall'essere un minuscolo granello di sabbia.

 
23/02/2012 - Pensiamo bene a chi diamo in mano le persone (PAOLA CORRADI)

La tragedia della Concordia ha almeno due indicazioni di significato, il primo il più importante è una lezione che deve essere al più presto imparata in Italia, pena future e prossime tragedie. A chi diamo in mano le persone, peggio se le persone sono bambini. E' evidente che non si doveva dare in mano una nave a una persona come Schiettino, lo avrebbe capito chiunque, peccato non l'avessero capito i dirigenti della Costa. Il fine di un'impresa non è il profitto, o meglio non è l'unico e il solo metro di giudizio. Il fine dell'impresa è l'uomo. Quindi il comandante di una nave, cosi' come l'AD di un'impresa, è in primis una persona alla quale sono affidate le persone che lavorano con lui. Poi ci sono gli articoli, il 18, il 19 e il 20. Quindi questo deve essere il primo articolo che deve essere rispettato. La seconda indicazione è che senza Concordia la nave affonda!