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DON GIUSSANI/ Alberto Contri: il mio ricordo "particolare" del Gius in compagnia di Bach

Pubblicazione:lunedì 27 febbraio 2012

Monsignor Luigi Giussani Monsignor Luigi Giussani

Odiava far aspettare la gente: quando andavo a prenderlo a volte alle 5 del mattino fendendo la nebbia di Gudo Gambaredo, per cominciare un viaggio per Roma di almeno 6-7 ore, era già in piedi da un po’, aveva già letto il breviario, era pronto a salire allegro in auto sapendo che gli avrei fatto ascoltare molta musica senza mai interrompere i suoi pensieri e le sue riflessioni. Per un po’ partecipava alla guida impartendo perentorie indicazioni di abbreviazioni solo a lui note, poi si astraeva, socchiudeva gli occhi godendosi la musica e riflettendo. Conosceva tutte le buone trattorie da camionisti lungo l’autostrada sull’Appennino, e quando non eravamo pressati da appuntamenti all’arrivo, adorava fermarsi per gustare una costata con un buon bicchiere di vino, seguiti da un buon sigaro prima di riprendere il viaggio. Magari previa telefonata a qualcuno della comunità del luogo, perché ci raggiungesse e così, durante il convivio, potesse sentire come andava la vita, impartire paterni consigli e dirimere questioni.
Aveva i suoi piccoli difetti: non essendoci ancora il cellulare, mi faceva fermare assai spesso nelle aree di servizio per telefonare dalle apposite cabine. Data l’enorme mole di pensieri anche di tipo organizzativo che aveva in testa, spesso e volentieri dimenticava la sua preziosa agenda sulla mensola sotto il telefono, sicchè si era inevitabilmente costretti a fare una precipitosa inversione di marcia al casello successivo per tornare a recuperarla. Non sopportava chi rallentava inutilmente il traffico. Non dimenticherò mai quella volta presso Barberino del Mugello – era estate – quando un camion davanti a noi si mise a superarne un altro. Poiché si era in salita, il sorpasso fu lunghissimo e lentissimo. Quando potemmo sorpassare a nostra volta (eravamo su una potente Alfa 1750), arrivati all’altezza del fedifrago…tirò giù il finestrino cominciando a indirizzare al camionista inequivocabili gesti che alludevano alla sua mancanza di comprendonio e di civiltà. Naturalmente alla piazzola successiva ci dovemmo fermare per la solita telefonata. Neanche fossimo nel film “Duel”, ecco svoltare nella nostra piazzola il camion in questione, con un vero e proprio gigante alla guida. Tra le sue proteste lo trascinai dietro la cabina per nasconderci alla vista dell’energumeno.
Ci eravamo conosciuti intorno al 65, quando io ero entrato a far parte della segreteria del Movimento. Eravamo a Varigotti per uno degli esercizi spirituali condotti da lui. Poiché teneva molto alla contemplazione del bello, verso sera ci faceva salire in silenzio per una mulattiera per assistere alla messa in una piccola cappella medioevale costruita su un poggio a picco sul mare.


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