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ICI E CHIESA/ Finalmente si tolgono privilegi? Quante "bugie"...

Pubblicazione:lunedì 27 febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento:lunedì 27 febbraio 2012, 12.19

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Continua il ritornello massmediatico sul presunto privilegio della Chiesa con riguardo al pagamento dell’ICI/IMU. I giornali sono pieni di titoloni in neretto e carattere macro: “Anche la Chiesa pagherà l’ICI dal 2013”, dopo che il Presidente Monti ha informato il Consiglio dei Ministri di aver presentato al Senato un emendamento al decreto liberalizzazioni che precisa e riduce le esenzioni al pagamento dell’imposta.

Occorre ricordare che la legislazione vigente prevede il pagamento dell’ICI (ora IMU) per tutte le attività commerciali, anche quelle esercitate dagli enti ecclesiastici e religiosi, al pari di tutti gli altri operatori economici. L’esenzione è invece riconosciuta a tutti gli immobili non commerciali nei quali si svolgono attività di particolare rilevanza sociale e non è soltanto la Chiesa cattolica a beneficiarne, o meglio gli enti riferibili al mondo cattolico, ma tutti gli enti non commerciali pubblici e privati, laici e religiosi, anche di altre Chiese, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, onlus, enti non profit, circoli culturali, partiti politici, sindacati, immobili statali e di enti pubblici, purché vi si svolga un’attività di rilevanza sociale (art. 7 del D. Lgs. 504/92).

Sia il governo Berlusconi che il governo Prodi hanno chiarito che l’esenzione deve intendersi applicabile se l’attività è esercitata in maniera “non esclusivamente commerciale”, ampliando di conseguenza i soggetti esenti, riconoscendo in sostanza l’utilità collettiva di quelle attività che lo Stato riconosce svolgere un funzione sociale importante, in un’ottica di sussidiarietà e di solidarietà. E anche questo principio vale per tutti i soggetti e non solo per la Chiesa.

Il senso della precisazione era chiaro ed è stato precisato dal Ministero dell’Economia, nella circolare 2/2009: l’inciso sulle attività qualificabili come “non esclusivamente di natura commerciale”, deve essere “riferito alle specifiche modalità di esercizio delle attività, che consentano di escludere la commercialità quando siano assenti gli elementi tipici dell’economia di mercato (quali il lucro soggettivo e la libera concorrenza), ma siano presenti le finalità di solidarietà sociale”.

Si tratta di attività che corrispondono a servizi che risultano impossibili da rendere gratuitamente e che vengono effettuati dietro pagamento di una retta. Il più delle volte si tratta di attività solidali e fuori mercato, a sostegno dei più deboli o delle persone in difficoltà (pensionati per studenti, accoglienza per parenti di malati ricoverati fuori sede, colonie…). Ma spesso si tratta delle cosiddette strutture accreditate (ospedali, case di cura, scuole paritarie, circoli ricreativi o sportivi…), che si reggono su forme di pagamento incompatibili con la natura non commerciale, ma che – integrando spesso servizi pubblici – sono ritenuti meritevoli di considerazione ed esclusi dal pagamento della tassa. Si ripete, queste esclusioni valgono per tutti i soggetti che forniscono dette attività e detti servizi, e non solo per le attività della Chiesa (anche se – significativamente – nella maggior parte dei casi è il mondo che fa riferimento alla Chiesa, a svolgerli).

Ciò premesso, il Governo Monti ha deciso di ridurre l’esenzione a queste attività “non esclusivamente di natura commerciale”.

I criteri che il governo ha deciso sono i seguenti: “l’esenzione per gli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un’attività non commerciale; l’abrogazione immediata delle norme che prevedono l’esenzione per immobili dove l’attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente; l’esenzione limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale; l’introduzione di un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal Ministro dell’economia e delle finanze circa l’individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all’interno di uno stesso immobile”.

Ciò significa che tutte le attività che offrono servizi a favore della collettività o dei più deboli, poiché li offrono a pagamento o dietro una retta, e quindi non sono esclusivamente non commerciali, non sarebbero più esenti.

Ciò significa che, laddove un unico soggetto gestisca sia attività commerciale che non commerciale, l’esenzione sarà limitata a quell’unità ove si svolge l’attività di natura non commerciale.

Ora, si può decidere anche questo.


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