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IL CASO/ 1. Oleg Fedchenko, il mistero di quella colpa che non ci lascia tranquilli

Pubblicazione:martedì 7 febbraio 2012

Oleg Fedchenko, l'ex pugile assolto Oleg Fedchenko, l'ex pugile assolto

Non condanniamolo del tutto. In senso giuridico, è giusto. Piuttosto lavoriamo – in un ambiente psichiatrico che è pur sempre un carcere, non dimentichiamolo  perché emerga l’Oleg che là non c’era. Così da vedere anche la parte di noi in lui. E non rimanere tranquilli. Solo questa sarà la vera giustizia, la vera sanzione che pagheremo tutti – e non solo il mostro  alla povera vita di Emlou, la donna finita nel vortice della sua violenza. Il nome dolce, strano di questa donna filippina continuerà a significare qualcosa per tutti – e non solo per i suoi straziati, gementi figli e parenti  solo se non chiuderemo i conti. Solo se siamo disposti all’inquietudine, certi fatti possono rimanere impressi in noi. E non essere solo scialo di sangue, di dolore e di pena.

Seppellire i carnefici (e con loro anche le vittime) senza accettare di guardare noi in loro è sempre stato il modo migliore per restare identici. Non lasciare Oleg in un qualunque carcere significa non solo un supremo atto di umanità verso il mostro, ma pure accettare di vederlo anche in noi. Affidarlo a un carcere psichiatrico significa voler sapere di più di lui. E voler sapere di più di noi.



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