Cronaca
martedì 7 febbraio 2012
Cosa ne facciamo del mostro? Lo hanno liberato. O meglio lo metteranno in un ospedale psichiatrico per cinque anni. Fa discutere la sorte dell’ucraino Oleg, che uccise a pugni una donna filippina, ora “assolto” da una giudice donna poiché folle e dunque non imputabile.
Cosa ne facciamo del “mostro”? L’omicidio compiuto impressionò tutti per brutalità, casualità, ignominia. La scelse a caso, la colpì, la finì a terra. Sfogando la sua tenebra sul volto di quella povera, dolcissima vittima. Nessuno può pretendere che siano i parenti della vittima a pronunciare parole di pietà. E non vale nemmeno la sociologia d’accatto che pretende di comprender tutto addossando le colpe agli stranieri. Straniera era anche lei, la disgraziatissima vittima, non solo il mostro. E dunque cosa ne facciamo? Lo chiudiamo a vita a marcire in un carcere? Lo meriterebbe. Ma appunto, lo meriterebbe chiunque fosse uscito di casa, avesse scelto una persona a caso e l’avesse uccisa con ferocia sul posto. Oleg ha fatto questo.
Sì, ma lui c’era? O cosa c’era di lui? Se lo teniamo in carcere non lo sapremo. Il mostro sarà sempre e solo il mostro. E noi avremo la coscienza a posto. Non volendone più sapere di lui. Non volendone sapere più nulla. Lui in fondo al nero carcere e noi tranquilli. Se invece proveremo – come la giudice ha visto – a non ridurre tutto Oleg a quel che ha compiuto, dovremmo ammettere che forse c’è qualcosa di lui che non era in viale Abruzzi quel maledetto giorno. La follia cosa è se non l’assenza di me da me? Un raptus cosa è se non la definitiva uscita di me da me stesso, a furia di spostarmi, di spingermi fuori con mille precedenti azioni, mille precedenti smottamenti e violenze?
Di questa infinita serie di smottamenti e violenze, il giovane pugile Oleg è di certo colpevole. E dovremo vederli. Dovremo lasciarci inquietare da quegli smottamenti. Che conosciamo bene. Perché li compiamo anche noi, molto probabilmente. Ma quelli non sono reati, non lo erano neppure per Oleg. Il reato avvenne nel raptus. Quando lui c’era e non c’era già più. E allora ha ragione il giudice.
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