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Cronaca

ELUANA/ 1. Scaraffia: diamo libertà ai medici e chiediamoci il senso della morte

Eluana Englaro (InfoPhoto)Eluana Englaro (InfoPhoto)

Sì, ma lei sa che c’è un tempo oltre il quale, se il cervello non viene irrorato, perde quasi tutte le sue potenzialità. Nel caso di Eluana questo tempo è stato molto, troppo lungo. I medici non contemplarono il rischio di danni irreparabili e intervennero ugualmente. Certe decisioni così importanti possono essere prese solo da medici pienamente liberi e responsabili. Intendo dire: non sottoposti a pressioni di altra natura, come quelle legali.

I fautori della morte puntarono tutto sull’autodeterminazione: Eluana non avrebbe mai voluto vedersi in quello stato, in passato lo aveva detto.

Il caso dell’autodeterminazione era falso e mal posto, perché Eluana non formulò mai un «testamento biologico» sia pure ante litteram. Disse semplicemente quello che avrebbe detto ciascuno di noi in presenza di una persona in coma profondo. Anch’io direi «io non vorrei mai vivere così», ma ciò non vuol dire che vorrei essere ammazzata qualora fossi in quelle condizioni. Parlare di autodeterminazione fu una mostruosa falsità. C’era la «determinazione» del padre, ma quella era un’altra cosa.

Cosa rimane del caso della povera Eluana?

L’amarezza di essere caduti, noi cattolici, in una trappola mediatica voluta e gestita dai radicali. Sono stati loro ad imporre l’agenda, a radicalizzare lo scontro, ad assegnare le «parti». Noi cattolici avremmo dovuto dire: salviamo Eluana, ma al tempo stesso riconosciamo che c’è un problema. Chiediamoci perché Eluana è in quello stato. Parliamo dell’uso esagerato della tecnologia medica e del suo potere, oltre che far di tutto per salvare la vita della ragazza.

Ma cosa avrebbe dovuto fare la Chiesa secondo lei?

I radicali ne fecero una battaglia ideologica, a partire dalla sentenza, per ottenere l’eutanasia. La Chiesa cadde nella trappola quando cominciò a fare, in quel preciso contesto, una battaglia contro l’eutanasia invece di affrontare il problema nella sua complessità, certo opponendosi all’eutanasia. Sui media è stata una battaglia persa, quasi senza possibilità di parola. Credo che la Chiesa avrebbe dovuto affrontare il caso concreto con meno emotività, e maggiore attenzione ai media, a quelli non cattolici.

In che modo quella tragedia ha toccato la sua vita di credente e di studiosa?

Come credente, è stato atroce. Quella povera ragazza è stata trattata come un agnello sacrificale e questo mi ha recato un dolore immenso, come donna e come madre. Come studiosa, come persona che opera nei media, mi sono detta: dobbiamo, come cattolici, trovare una linea migliore. Vedevo che la Chiesa non riusciva a farsi ascoltare nemmeno dalle persone considerate più cattoliche. Troppa confusione.

Confusione su che cosa, esattamente?